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venerdì 2 novembre 2018

Corso sui PFAS e danni da inquinamento per pediatri a Vicenza patrocinato da ISDE

Corso sui PFAS e danni da inquinamento per pediatri a Vicenza patrocinato da ISDE


Sabato 10 Novembre, presso l’Hotel Viest, alle ore 8,30 si terrà il corso per pediatri “Rischio Ambientale e Salute del Bambino”. Si parlerà anche di PFAS e io ho avuto l’onore di rappresentare ISDE Italia, che ha concesso il patrocinio a questo importante evento. Il primo organizzato specificamente per i pediatri, essndo state le istituzioni latitanti. La mia relazione verterà su “PFAS: Produzione, diffusione ed effetti sulla salute”. Grazie a GiacomoToffol   e agli altri organizzatori. IL programma è scaricabile qui al link qui sotto
L’hotel Viest è localizzato a poche centinaia di metri dall’uscita dell’autostrada A4 di Vicenza Est.

domenica 12 agosto 2018

GenX dall’Olanda nelle falde di Trissino. Perché si grida allo scandalo?

GenX dall’Olanda nelle falde di Trissino. Perché si grida allo scandalo?

la DuPont inviò fra il 2006 e il 2013 all’EPA almeno 16 documenti in cui si descrivono gli effetti tossici osservati negli animali nutriti con GenX
Il GenX è uno dei 4730 composti della famiglia dei PFAS  ufficialmente riconosciuti dall’OECD in uno studio recente. Fu introdotto qualche anno fa dalla DuPont per il sostituire il PFOA nel processo di produzione delle pellicole antiaderenti al Teflon da applicare sulle pentole e di numerosi altri prodotti di consumo e utilizzo quotidiano. Definito dalla DuPont come dotato “di un profilo tossicologico più favorevole” in realtà ha le stesse proprietà chimico-fisiche di tutti gli altri PFAS: è tossico, persistente, si accumula negli orgnismi viventi . Ancor prima che la EPA americana ne autorizzasse la commercializzazione e  la FDA il suo utilizzo per i contenitori per alimenti, la DuPont aveva condotto studi negli animali di laboratorio che ne attestavano inequivocabilmente la cancerogenicità. Sappiamo che la DuPont inviò fra il 2006 e il 2013 all’EPA almeno 16 documenti in cui si descrivono gli effetti tossici osservati negli animali nutriti con GenX: oltre a vari tipi di cancro, anche danni al fegato, alterazioni del colesterolo, basso peso alla nascita ecc. Come si vede sono gli effetti tossici tipici dei PFAS.
Nonostante fossero a conoscenza della tossicità del GenX, le due agenzie ne hanno autorizzato tranquillamente la produzione e l’utilizzo. Questo è veramente scandaloso, non la  scoperta che il GenX è arrivato nelle falde di Trissino, immessovi dalla solita Miteni che forse non lo produce ma tratta i rifiuti contenenti GenX  dell’impianto olandese della Dupont, a quanto pare l’unico a produrre la molecola in Europa.
L’allarme è nato in seguito alla scoperta della presenza del GenX in alcuni pozzi posti a centinaia di metri dalla Miteni. Che, ricordiamolo,  è stata autorizzata a trattare i rifiuti olandesi dalla Regione e da altre amministraioni ed enti locali.  La stampa locale ha additato al pubblico ludibrio un alto dirigente che si difende dicendo di aver soltanto avallato con la sua firma effettuata dai suddetti enti ed istituzioni.
La vicenda ha indiscutibilmente retroscena poco chiari, come tante altre che hano visto protagonisti i palazzi veneziani e romani nella oramai annosa vicenda dei PFAS.
Probabilmente, lo pensano in molti, la diffusione della notizia del ritrovamento del GenX è foriera del licenziamento del suddetto dirigente che potrebbe non essere più gradito ai suoi referenti politici che l’hanno nominato.
Ma come c’è finito il GenX nelle falde vicentine? Le ipotesi possono essere tante. L’azienda può averlo scaricato, come fa, legalmente, con gli altri PFAS nel Poscola; nel corso degli anni il composto potrebbe aver preso la stessa via percorsa da tutti gli altri PFAS infiltrandosi nel suolo fino ad arrivare in falda. Oppure il composto potrebbe essere sopravvissuto all’incenerimento dei rifiuti nella fornace interna della Miteni. E se così fosse si potrebbe pensare che l’inceneritore dell’azienda trissinese non sia tecnologicamente adeguato a raggiungere rapidamente le elevatissime temperature, superiori ai 1000° C, necessari per demolire il legame fra fluoro e carbonio nelle molecole di alcuni PFAS i quali, quindi, potrebbero rimanere nei fumi che escono dai camini della Miteni per essere dispersi anche a notevole distanza dalle ciminiere.
Ma le mie sono solo supposizioni, ipotesi la cui validità probabilmente non potrà mai essere confermata o confutata, dal momento che le proprietà chimico-fisiche e le altre caratterisitiche del GenX non sono note al grande pubblico, e probabilmente nemmeno all’EPA e alla FDA, in quanto coperte dal segreto industriale. Lo stesso vale per molti altri cosiddetti “nuovi” PFAS, utilizzati in sostituzione di quelli vecchi, che le aziende produttrici sbandierano come meno tossici  pur sapendo che non è vero.
E la Miteni produce alcuni di questi nuovi PFAS, fra i quali quelli a corta catena PFBA e PFBS.
Ora parrebbe che la 3M, altra multinazionale famosa per i disastri ambientali causati e per le multe miliardarie che ha dovuto pagare, come la DuPont, negli Stati Uniti, abbia dismesso la produzione di PFBA nel 1998. Ufficialmente perché c’era poca richiesta dal mercato. Si vede che il PFBA della Miteni, che continua a produrlo, è migliore  di quello dell’americana 3M. Ma il motivo potrebbe essere in realtà che il PFBA era stato sversato in quantità enormi nelle falde acquifere sottostanti l’impianto di produzione e la 3M fu costretta ad accollarsi le spese della bonifica.
In conclusione, il GenX è a tutti gli effetti uno degli “altri” PFAS la cui somma totale non deve superare i 500 ng/L, secondo i limiti di performance stabiliti dall’ISS? Visto che non hanno mai voluto fare le cose seriamente e mettere come limiti l’unico serio, cioè zero, trovarsi un PFAS in più o in meno nel proprio bicchiere che dfferenza fa?
Perché le  mamme no PFAS invece di andare ad invocare aiuto davanti alla procura vicentina non vanno a manifestare sotto la casa del governatore Zaia? Forse non hanno ancora capito che lui, uno dei pochi che potrebbe farlo,  la Miteni non la vuole proprio chiudere, tanto è convinto che la Miteni non produce più PFAS.

 

domenica 5 agosto 2018

GenX dall’Olanda nelle falde di Trissino. Perché si grida allo scandalo


GenX dall’Olanda nelle falde di Trissino. Perché si grida allo scandalo?


la DuPont inviò fra il 2006 e il 2013 all’EPA almeno 16 documenti in cui si descrivono gli effetti tossici osservati negli animali nutriti con GenX
Il GenX è uno dei 4730 composti della famiglia dei PFAS  ufficialmente riconosciuti dall’OECD in uno studio recente. Fu introdotto qualche anno fa dalla DuPont per il sostituire il PFOA nel processo di produzione delle pellicole antiaderenti al Teflon da applicare sulle pentole e di numerosi altri prodotti di consumo e utilizzo quotidiano. Definito dalla DuPont come dotato “di un profilo tossicologico più favorevole” in realtà ha le stesse proprietà chimico-fisiche di tutti gli altri PFAS: è tossico, persistente, si accumula negli orgnismi viventi . Ancor prima che la EPA americana ne autorizzasse la commercializzazione e  la FDA il suo utilizzo per i contenitori per alimenti, la DuPont aveva condotto studi negli animali di laboratorio che ne attestavano inequivocabilmente la cancerogenicità. Sappiamo che la DuPont inviò fra il 2006 e il 2013 all’EPA almeno 16 documenti in cui si descrivono gli effetti tossici osservati negli animali nutriti con GenX: oltre a vari tipi di cancro, anche danni al fegato, alterazioni del colesterolo, basso peso alla nascita ecc. Come si vede sono gli effetti tossici tipici dei PFAS.
Nonostante fossero a conoscenza della tossicità del GenX, le due agenzie ne hanno autorizzato tranquillamente la produzione e l’utilizzo. Questo è veramente scandaloso, non la  scoperta che il GenX è arrivato nelle falde di Trissino, immessovi dalla solita Miteni che forse non lo produce ma tratta i rifiuti contenenti GenX  dell’impianto olandese della Dupont, a quanto pare l’unico a produrre la molecola in Europa.
L’allarme è nato in seguito alla scoperta della presenza del GenX in alcuni pozzi posti a centinaia di metri dalla Miteni. Che, ricordiamolo,  è stata autorizzata a trattare i rifiuti olandesi dalla Regione e da altre amministraioni ed enti locali.  La stampa locale ha additato al pubblico ludibrio un alto dirigente che si difende dicendo di aver soltanto avallato con la sua firma effettuata dai suddetti enti ed istituzioni.
La vicenda ha indiscutibilmente retroscena poco chiari, come tante altre che hano visto protagonisti i palazzi veneziani e romani nella oramai annosa vicenda dei PFAS.
Probabilmente, lo pensano in molti, la diffusione della notizia del ritrovamento del GenX è foriera del licenziamento del suddetto dirigente che potrebbe non essere più gradito ai suoi referenti politici che l’hanno nominato.
Ma come c’è finito il GenX nelle falde vicentine? Le ipotesi possono essere tante. L’azienda può averlo scaricato, come fa, legalmente, con gli altri PFAS nel Poscola; nel corso degli anni il composto potrebbe aver preso la stessa via percorsa da tutti gli altri PFAS infiltrandosi nel suolo fino ad arrivare in falda. Oppure il composto potrebbe essere sopravvissuto all’incenerimento dei rifiuti nella fornace interna della Miteni. E se così fosse si potrebbe pensare che l’inceneritore dell’azienda trissinese non sia tecnologicamente adeguato a raggiungere rapidamente le elevatissime temperature, superiori ai 1000° C, necessari per demolire il legame fra fluoro e carbonio nelle molecole di alcuni PFAS i quali, quindi, potrebbero rimanere nei fumi che escono dai camini della Miteni per essere dispersi anche a notevole distanza dalle ciminiere.
Ma le mie sono solo supposizioni, ipotesi la cui validità probabilmente non potrà mai essere confermata o confutata, dal momento che le proprietà chimico-fisiche e le altre caratterisitiche del GenX non sono note al grande pubblico, e probabilmente nemmeno all’EPA e alla FDA, in quanto coperte dal segreto industriale. Lo stesso vale per molti altri cosiddetti “nuovi” PFAS, utilizzati in sostituzione di quelli vecchi, che le aziende produttrici sbandierano come meno tossici  pur sapendo che non è vero.
E la Miteni produce alcuni di questi nuovi PFAS, fra i quali quelli a corta catena PFBA e PFBS.
Ora parrebbe che la 3M, altra multinazionale famosa per i disastri ambientali causati e per le multe miliardarie che ha dovuto pagare, come la DuPont, negli Stati Uniti, abbia dismesso la produzione di PFBA nel 1998. Ufficialmente perché c’era poca richiesta dal mercato. Si vede che il PFBA della Miteni, che continua a produrlo, è migliore  di quello dell’americana 3M. Ma il motivo potrebbe essere in realtà che il PFBA era stato sversato in quantità enormi nelle falde acquifere sottostanti l’impianto di produzione e la 3M fu costretta ad accollarsi le spese della bonifica.
In conclusione, il GenX è a tutti gli effetti uno degli “altri” PFAS la cui somma totale non deve superare i 500 ng/L, secondo i limiti di performance stabiliti dall’ISS? Visto che non hanno mai voluto fare le cose seriamente e mettere come limiti l’unico serio, cioè zero, trovarsi un PFAS in più o in meno nel proprio bicchiere che dfferenza fa?
Perché le  mamme no PFAS invece di andare ad invocare aiuto davanti alla procura vicentina non vanno a manifestare sotto la casa del governatore Zaia? Forse non hanno ancora capito che lui, uno dei pochi che potrebbe farlo,  la Miteni non la vuole proprio chiudere, tanto è convinto che la Miteni non produce più PFAS.


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domenica 19 novembre 2017

Plasmaferesi e PFAS: procedura rischiosa, forse inutile. Lo dice anche il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità

Plasmaferesi e PFAS: procedura rischiosa, forse inutile. Lo dice anche il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità

La Giunta Regionale del Veneto con la deliberazione n.851 del 13 giugno 2017 [1]  dal  titolo  Approvazione II livello del "Protocollo di screening della popolazione veneta esposta a sostanze perfluoroalchiliche" e del "Trattamento di Soggetti Con Alte Concentrazioni di PFAS”  pubblicata sul BUR del 14 luglio 2017 " ha stabilito i criteri in base ai quali selezionare i soggetti  cui proporre su base volontaria al trattamento aferetico per la “riduzione” della concentrazione dei PFAS dal sangue.
aferesi
aferesi (immagine da Internet)
Aferesi è un termine che significa portare via, togliere. In questo caso si tratta di togliere il plasma e cioè la parte liquida del sangue nel quale sono dispersi sali, vitamine, farmaci, proteine (principalmente l’albumina, la proteina cui si legano i PFAS) e sostituirlo con una soluzione che rimpiazzi il volume tolto. L’aferesi del plasma può essere parziale, come avviene per esempio con i donatori di sangue nei quali si tolgono 500-600 cc di plasma ad ogni donazione oppure (quasi)totale e in questo caso la procedura si chiama scambio plasmatico o plasma exchange. Con lo scambio plasmatico si tolgono alcuni litri di plasma (dipende dal peso corporeo del soggetto) che viene subito sostituito con un analogo volume di soluzione contenente albumina. Lo scambio plasmatico è una procedura molto più invasiva (e rischiosa) riservata a soggetti con patologie gravi o gravissime, potenzialmente minacciose per la vita del paziente, per le quali non esistono alternative terapeutiche, o se ci sono, non hanno funzionato nel caso del paziente in oggetto. Oppure, come ne l caso dell’avvelenamento da Amanita Phalloides, o di morso di serpenti molto velenosi o, infine nel caso di sovraddosaggio accidentale o a scopo suicida con alcuni farmaci, si tratta di sostanze che  non vengono eliminate rapidamente dall’organismo e bisogna pertanto agire rapidamente per cercare di salvare il paziente.
Prima di continuare devo premettere che quelle che seguono sono considerazioni personali e non sono state condivise con nessuna delle persone e amici citati né, tantomeno, dagli organismi direttivi di ISDE.

Cos’è la plasmaferesi?

La plasmaferesi e lo scambio plasmatico, che d’ora in poi indicheremo con la sigla PE,  non sono mai stati applicati finora al mondo per la rimozione dei PFAS dal sangue. E anche quando è stata usata per pulire il sangue da altre molecole inquinanti, per esempio i policlorurobifenili (PCB) è stata rapidamente abbandonata perché inefficace. Pertanto le procedure di “pulizia del sangue” se applicate ai pfas devono essere considerate totalmente sperimentali, per le quali non esistono prove di efficacia o di inefficacia non essendoci nemmeno uno studio pubblicato al mondo. E se qualcuno affermasse che i soggetti che hanno accettato il trattamento proposto dalla regione Veneto sono delle cavie [2] avrebbe probabilmente  ragione.
Perché i funzionari regionali hanno proposto la plasmaferesi al popolo contaminato da PFAS?
In via del tutto teorica, la plasmaferesi potrebbe funzionare nel caso dei PFAS per abbassarne le concentrazioni nel sangue. A differenza di molte altre molecole inquinanti che ci troviamo nel sangue, per esempio diossina DDT, PCB che si legano principalmente ai grassi del corpo (e da li non li smuove niente o nessuno), i PFAS si legano essenzialmente all’albumina e, di meno, ad altre proteine del sangue. Quindi, si può ragionare, se si toglie l’albumina si tirano via anche i PFAS che a essa son legati, e se ne abbassano la concentrazione ematica. E ripetendo periodicamente la procedura, alla fine si spera di aver eliminato i PFAS dal sangue. Ipotesi valida, ma che purtroppo rimane solo un’ipotesi da verificare. E in Veneto la stanno verificando sui cittadini che hanno accettato più o meno consapevolmente di “fare da cavia”.

I dubbi a proposito dell’efficacia della plasmaferesi applicata ai PFAS sono molti.

Innanzitutto non sappiamo cosa succede ai pfas depositati nei tessuti (fegato, reni, cervello, polmoni, muscoli, ossa ecc) dove provocano infiammazione cronica e danni. La speranza è che, una volta ridotti i livelli nel sangue con la PE, i pfas depositati negli organi si stacchino e tornino nel sangue, si leghino quindi all’albumina, e anche se i loro livelli tornano ad aumentare, ripetendo la PE (per quante volte nessuno lo sa) alla fine i PFAS dovrebbero essere rimossi anche dai tessuti. Il concetto a priori è valido, ripeto. Peccato che nessuno abbia finora dimostrato che sia valido anche nella pratica clinica, perché nonsappiamo se e a che velocità avvenga il passaggio dei PFAS dai tessuti nel sangue.

Quale avrebbe dovuto  essere la procedura da seguire per usare la plasmaferesi nei contaminati da PFAS?

Come per tutte le terapie sperimentali che ogni medico o istituzione ritiene di dover proporre ai propri pazienti, è necessario seguire delle procedure ben precise, proprio a tutela della salute dei volontari che accetteranno di sottoporsi al trattamento ed evitare che incappino nelle braccia di ciarlatani pronti a speculare sulla loro pelle per brama di notorietà o interessi economici.
In breve, nel caso voglia proporre un trattamento sperimentale, il medico (meglio se sono più medici o ricercatori) deve presentare un protocollo ben preciso al comitato etico dell’istituto al quale appartiene e/o al comitato etico provinciale. Il protocollo deve essere il più preciso possibile e indicare nei minimi dettagli le modalità di svolgimento della sperimentazione e le sue regole; si devono allegare lavori scientifici che dimostrino che i farmaci o la procedura da sperimentare siano già stati utilizzati, per la problematica di interesse o in casi simili)  in qualche parte del mondo; se non esiste letteratura scientifica, come nel nostro caso,  si devono allegare tutti i lavori sperimentali o qualsiasi altra documentazione che possa sostenere l’ipotesi di partenza. Inoltre bisogna specificare che si vuole intervenire su patologie gravi, per le quali non esistono altre terapie o, se esistono, hanno fallito o non  son applicabili ai casi in oggetto.
È evidente a tutti che il caso dei pfas non rientri in nessuna di queste categorie. Nel loro caso si tratta di un’intossicazione cronica e non acuta o fulminante come nel caso degli avvelenamenti; le molecole si accumulano nei tessuti, da dove son probabilmente di difficile mobilizzazione; i soggetti ai quali viene proposta la PE sono in maggioranza giovani, spesso minorenni, e asintomatici, privi cioè di disturbi o anomalie dei parametri di  laboratorio diversi dai PFAS. Molti di loro non svilupperanno probabilmente mai patologie gravi o minacciose per la loro vita, anche nel caso si ritrovassero con valori altissimi di PFAS.
Se io, medico del SSN, mi alzassi domani e iniziassi a sottoporre  a carico della sanità pubblica centinaia di persone ad  uno qualsiasi degli altri trattamenti, farmacologici o di altro tipo, proposti per la riduzione della concentrazione ematica dei pfas,  verrei sicuramente tacciato di sperpero delle risorse pubbliche, di condotta anti-scientifica, di voler speculare sulla credulità e le paure della gente  e verrei chiamato subito al rimborso dell’aggravio di spese causato al SSN. Inoltre sarei passibile di provvedimenti disciplinari da parte di vari enti ed istituzioni. Diversamente potrebbe andare la cosa qualora invece rispettassi la prassi e avessi ottenuto l’approvazione da parte dei comitati etici.
Solitamente, poi, prima di proporre una procedura o un farmaco sperimentale si effettua uno studio preliminare o “pilota” su un piccolo campione di persone e soltanto, dopo, si passa all’applicazione su larga scala. In numerosi incontri pubblici e interviste era stato in precedenza dichiarato da noti funzionari della regione, che sarebbe stato compiuto uno studio preliminare per valutare l’efficacia della plasmaferesi applicata ai PFAS. Non mi risulta finora che tale studio sia stato effettuato né che sia stata chiesta l’approvazione a qualche comitato etico.

Alcuni aspetti pratici del piano di trattamento con plasmaferesi dei PFAS suscitano numerose perplessità.

Per esempio la scelta dei livelli soglia di PFAS al disopra dei quali sarà consigliata la plasmaferesi. Questi livelli sono a mio parere del tutto arbitrari, privi di razionale scientifico e di riferimenti bibliografici. In altre parole, secondo quanto stabilito dai proponenti il protocollo, un adolescente completamente asintomatico con 100,8 ng/di PFOA (caso reale) è considerato come affetto da una patologia talmente grave e minacciosa per la sua vita da essere avviato a PE. Un altro ragazzo, anch'esso asintomatico ma con 99,9 ng/mL di PFOA è al contrario considerato sano e non meritevole di essere avviato ad analogo trattamento. E bisogna ricordare che anche nel miglior laboratorio del mondo il dosaggio dei PFAS nel sangue è soggetto, come per ogni altro paramento di laboratorio, ad una variabilità che, nel loro caso ,è del 20% circa. Ciò significa che il soggetto con 100 ng/grammo di sangue potrebbe averne in realtà 80 (e non dovrebbe fare la plasmaferesi) oppure 120. Al contrario il soggetto di cui sopra con 99 potrebbe in realtà averne circa 118  e pertanto dovrebbe fare la PE ed invece è stato escluso) o circa 80 ng/g.

Oscuri sono anche i livelli di PFOA che si desidera raggiungere con la plasmaferesi perché ritenuti sicuri.

A tal proposito ricordo che una commissione di esperti tedeschi nel settembre 2016 ha concluso  che i livelli plasmatici che PROBABILMENTE non sono associati con esiti sanitari avversi sono di 2 (due) ng/ml per il PFOA e di 5 (cinque) ng/ml per il PFOS [3]. Qualche anno prima il gruppo del Professor Philippe Grandjean aveva sostenuto, in base a studi sperimentali su animali di laboratorio e su studi epidemiologici su bambini del Nord Europa che, per prevenire la comparsa di significative disfunzioni del sistema immunitario, sia necessario ridurne la concentrazione massima nel siero a 0,1 ng/millilitro, corrispondente a concentrazioni nell’acqua potabile massime di 1 (uno) nanogrammo/millilitro [4]. L'obiettivo del "trattamento di soggetti con alte concentrazioni di PFAS", come riportato nell'allegato B della suddetta deliberazione è di "…ridurre la concentrazione delle sostanza PFAS e nello specifico del PFOA composto a catena lunga con caratteristiche di bioaccumulo nell'organismo…" pur non essendo  "… chiaro se alti livelli di PFAS siano correlati ad una maggiore probabilità di incorrere nell'insorgenza di patologie croniche”. Dai dati della letteratura appena citati, si comprenderà che,  qualora si volesse prevenire il rischio dell'insorgenza di una o  delle patologie segnalate nello stesso allegato B alla DGR 851/2017, si dovrebbe consigliare la plasmaferesi a tutta la popolazione veneta, compreso chi scrive, i componenti della Giunta Regionale e   il 99% dei lettori di questa lettera. Infatti, non sono stati individuati nel corso del biomonitoraggio esplorativo su un campione rappresentativo di oltre 600 cittadini veneti [5], individui con meno di 0,32 ng/ml di PFOA, nemmeno  in quelli residenti nelle zone non “contaminate” e considerati “non esposti”.
Del resto nemmeno la Giunta Regionale, e verosimilmente nemmeno i tecnici che hanno fornito assistenza nella stesura della DGR, hanno chiari gli obiettivi dello studio se si arriva a dichiarare  che [1]  “…il percorso andrà esaminato secondo l'andamento dei livelli di PFOA per decidere eventuali modifiche allo schema previsto, essendo necessario valutare la risposta dei soggetti, quindi non è a priori definibile il numero complessivo di procedure/paziente.”Affermazioni così vaghe sono tipiche di quegli studi sperimentali nei quali una procedura o un trattamento sono applicati per la prima volta.
In conclusione, io ritengo che sia stata una grave scorrettezza iniziare un trattamento siffatto senza prima sottoporre il piano ad uno o più comitati etici.
A quanto pare anche il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Walter Ricciardi, medico, ha le nostre stesse perplessità, se è vero che nel corso dell’audizione in Parlamento lo scorso 14 novembre avrebbe dichiarato  che la plasmaferesi “…è un intervento invasivo per rimuovere sostanze tossiche dall’organismo. Al momento non ha evidenze scientifiche e riteniamo che sottoporre delle persone a tale trattamento esponga anche a rischi medico-legali». Al momento in cui scrivo non è disponibile il resoconto stenografico dell’audizione che attendo con vivo interesse di poter leggere.
Ora mi aspetto,  però, che il presidente dell’ISS, che, ricordiamo, è il braccio tecnico-scientifico del Ministero della Salute,  e il ministro Lorenzin intervengano  immediatamente per far cessare questo scempio scientifico-sanitario e l’inappropriato utilizzo di risorse pubbliche. Forse ci sono anche gli estremi perché intervenga anche la magistratura per prevenire “i rischi medico-legali” non meglio precisati. Chi volesse approfondire i vari aspetti della plasmaferesi può scaricare  da quiApre in una nuova finestra l’ottima presentazione dell’amico Francesco Bertola, tenuta al recente convegno organizzato il 28 ottobre u.s. a Lonigo dagli Ordini dei Medici di VI e VR, con il quale abbiamo condiviso dubbi e perplessità sulla plasmaferesi applicata ai PFAS. E questo è avvenuto ben prima che si svegliasse l’ISS che, ancora una volta, su questa grave problematica segue a ruota.
Riferimenti bibliografici

1.         Regione Veneto. Approvazione II livello del “Protocollo di screening della popolazione veneta esposta a sostanze perfluoroalchiliche” e del “Trattamento di Soggetti Con Alte Concentrazioni di PFAS”. [Internet]. 2017 [cited 2017 Aug 29]. Available from: https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/pubblica/DettaglioDgr.aspx?id=347690Apre in una nuova finestra
2.         Tosatto F. Il capo della sanità: «Contaminato anche io» - Regione [Internet]. Il Mattino di Padova. 2016 [cited 2017 Aug 14]. Available from: http://mattinopadova.gelocal.it/regione/2016/04/26/news/il-capo-della-sanita-contaminato-anche-io-1.13366911Apre in una nuova finestra
3.         HBM I values for Perfluorooctanoic acid (PFOA) und Perfluorooctanesulfonic acid (PFOS) in blood plasma. Bundesgesundheitsblatt - Gesundheitsforschung - Gesundheitsschutz. 2016; 59: 1364–1364.
4.         Grandjean P, Budtz-Jørgensen E. Immunotoxicity of perfluorinated alkylates: calculation of benchmark doses based on serum concentrations in children. Environ Health. 2013; 12: 35.
5.         ISS. Risultati della determinazione della concentrazione di PFAS nel siero di  operatori e residenti in aziende agricole e zootecniche [Internet]. 2017 [cited 2017 Aug 19]. Available from: http://repository.regione.veneto.it/public/aa10defa1e4111ce4a30f4c4eed6b564.php?lang=it&dl=trueApre in una nuova finestra
 

martedì 24 ottobre 2017

Al Signor Sindaco di Lonigo avvelenato da PFAS, vada tutta la mia solidarietà di avvelenato

Al Signor Sindaco di Lonigo avvelenato da PFAS, vada tutta la mia solidarietà di avvelenato

Signor Sindaco Luca Restello, durante l’audizione presso la commissione parlamentare bicamerale lei ha rilasciato alcune importanti dichiarazioni, fra le quali: “Avendo 50 anni, ho bevuto questa acqua per 50 anni, quindi, certamente, sono una persona molto contaminata. Tuttavia, la cosa che mi rammarica di più – faccio un discorso da cittadino, più che da sindaco – è che durante questo tempo ho anche avvelenato i miei figli perché, credendo alle parole dei sindaci, ho sempre fatto loro bere acqua dal rubinetto; oggi, invece, scopriamo che quest'acqua non era idonea alla nostra salute. In tal senso, sono quindi particolarmente adirato. Qualcuno mi ha accusato di essere un sindaco allarmista solo perché ho cercato di ottenere risposte, che a tutt'oggi non ho ancora avuto…”.[1]
Innanzitutto voglio che riceva tutta la mia solidarietà come si confà a persone civili avvelenate. Sì, perché anche io, come almeno il 99% della popolazione dei paesi “civili” e industrializzati, sono avvelenato da PFAS. Forse un po’ meno di lei, non vivendo nella zona rossa, ma pur sempre avvelenato da queste sostanze artificiali.
Dopo questa triste constatazione vengo al dunque della mia missiva.
Nell’ atto di significazione e diffida [2], firmato anche da alcuni suoi colleghi e inviata ai rappresentanti di varie istituzioni e addirittura al Papa, lei e altri sindaci  invitavate le e istituzioni a “…prendere misure urgenti quali la chiusura immediata di tutti gli scarichi inquinanti per prevenire danni gravi alla salute dei cittadini, a dichiarare il disastro ambientale, a rimuovere la fonte della contaminazione principale, a ridurre da 500 a 100 ng/l la quantità di PFAS tollerati.”
Da quanto riportato nel suo atto di diffida, si evince che lei e gli altri suoi colleghi ritenevate, e probabilmente continuate a ritenere, che un livello di 100 ng/L sia tollerabile. Addirittura ritenete, forse, sbagliando, che tali livelli possano essere protettivi per la salute umana.
Poiché i livelli di PFAS totali nel Comune di Lonigo di cui lei è sindaco, e probabilmente negli altri comuni amministrati dai suoi colleghi, il livello di 100 ng/l di PFAS totali è da sempre superato, io ne deduco che lei ha continuato a fornire ai suoi figli e ai suoi concittadini acqua avvelenata.
Io, e penso i suoi concittadini, sono molto curioso di sapere se:
  • Lei considera l’acqua che sta rifornendo ai suoi concittadini non più avvelenata?
  • Fino a quando l’ha considerata avvelenata? Forse fino al giorno della sua elezione?
  • Quando ha scoperto che l’acqua del suo comune era avvelenata, che acqua ha fatto bere ai suoi figli?
  • Da quando non considera più avvelenata l’acqua che fa bere ai suoi figli? (domenica prima ottobre, nel teatro della sua città ha dichiarato pubblicamente che lei e la sua famiglia bevete l’acqua del rubinetto)
  • Quanti suoi concittadini pensa che credano alle sue parole? A differenza di lei che è ben informato sulla pericolosità delle PFAS, i suoi predecessori (tranne l’ultimo) probabilmente non erano informati su tali contaminanti e, pertanto, non possono essere considerati corresponsabili dell’avvelenamento.
Proprio oggi, la Giunta della Regione Veneto presieduta dal suo collega di partito e presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha deliberato sui “nuovi limiti” per l’acqua potabile, fissati come lei ben sa a 340 ng/L nella zona rossa e 390 ng/litro altrove, ma lasciando inalterati i limiti ben più alti precedentemente consigliati per quanto riguarda gli usi zootecnici. [3]
È sotto gli occhi di tutti, pertanto, che il suo collega di partito Luca Zaia non ha tenuto minimamente conto delle richieste sue e degli altri sindaci. Mi auguro, quindi, che lei e i suoi colleghi firmatari della diffida, per coerenza, avendolo promesso ufficialmente, abbiate iniziato, a valutare “…la necessità di adottare un’ordinanza restrittiva dell'uso dell'acqua, per tutelare la salute pubblica e l’intera filiera agricola, gravemente compromessi dalla presente contaminazione da agenti chimici, ut supra, e da eventuali ritardi dei provvedimenti richiesti da parte degli enti preposti.”
Con la speranza lei emetta la sua ordinanza al più presto, le invio i miei più cordiali saluti e il consiglio di non bere acqua contaminata né mangiare alimentati possibilmente contaminati, pena il perpetuarsi dell’avvelenamento.

[1]   Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, «Resoconto stenografico Seduta n. 100 di Lunedì 16 maggio 2016». [In linea]. Available at: http://www.camera.it/leg17/1058?idLegislatura=17&tipologia=audiz2&sottotipologia=audizione&anno=2016&mese=05&giorno=16&idCommissione=39&numero=0100&file=indice_stenografico. [Consultato: 31-ago-2017].
[2]   «Atto di significazione e diffida Città di Lonigo - PF AS», 03-set-2017. [In linea]. Available at: http://www.comune.lonigo.vi.it/files/Bandi_avvisi/PFAS/Diffida_Enti_28_02_17-per_pubblicazione_sul_sito.pdf. [Consultato: 31-ago-2017].
[3]   «Regione Veneto - Comunicato n.1323 - PFAS. GIUNTA REGIONALE DELIBERA I LIMITI PIU’ RESTRITTIVI D’EUROPA E STANZIA 1,2 MILIONI DI EURO PER POTENZIARE I FILTRI NEGLI ACQUEDOTTI.» .

venerdì 14 aprile 2017

Monografia sui pfas del dottor Vincenzo Cordiano

Riceviamo dal dottor Giovanni Fazio di Cillsa : Il dott. Vincenzo Cordiano ha scritto un documento estremamente interessante di cui dovrebbero tenere conto non solo coloro che sono preposti alla tutela della salute dei cittadini, ma anche chi governa, dai comuni, al Consiglio e alla Giunta Regionale e gli stessi istituti nazionali come l'ISS (Istituto Superiore di Sanità) e il Ministero che hanno stabilito dei limiti di tolleranza per l'acqua potabile di 2030 nanogrammi/litro, laddove in Germania è proibito superare i 100 nanogrammi e negli USA si va dai 20 nanogrammi del Vermont ai 14 nanogrammi del New Jersey. Queste cose i cittadini devono saperle e devono chiedersi come mai in Italia nell'acqua potabile sia consentita una quantità di PFAS più di 200 volte di qella consentita negli USA.
La pubblicazione di Vincenzo Cordiano, che è completa per quanto riguarda le nostre conoscenze in merito a questi inquinanti, ha un carattere scientifico e non divulgativo, tuttavia la maggior parte delle persone potrà leggerla con una certa facilità, arricchendo il propprio vocabolario di qualche termine scientifico.
Ringraziamo il Dott Cordiano per questa importantissima monografia che nessuno da ora in poi potrà fingere di ignorare.

Potrete scaricare la pubblicazione cliccando il LINK https://drive.google.com/…/0BxEyH0OkxRKIMXNBSlVpbWZZa…/view…
Buona lettura
Giovanni Fazio
addetto comunicazione CiLLSA

mercoledì 9 novembre 2016

Pfas, l'Isde rilancia sulla criticità della situazione del Veneto

domenica 6 novembre 2016

Pfas, l'Isde rilancia sulla criticità della situazione del Veneto

«Un centinaio di persone ha stipato nella mattinata di sabato 28 ottobre 2016 l'aula magna della sede dell'Ordine provinciale dei medici di Vicenza, che ha ospitato la prima edizione della giornata medica vicentina dedicata agli interferenti endocrini e ai composti perfluoroalchilici, più noti come Pfas». Sono queste le prime parole di una lunga nota pubblicata ieri dal dottor Vincenzo Cordiano (in foto), responsabile provinciale per Vicenza di Isde-Medici dell'ambiente. Nei fatti il dispaccio diramato ieri dall'Isde costituisce un nuovo capitolo della interminabile querelle cui il mondo ambientalista veneto e nazionale ha dato vita in risposta alle lacune che gli stessi ambientalisti attribuiscono alla Regione Veneto, accusata di avere tenuto nella vicenda Pfas (i Pfas sono i temuti derivati del fluoro), un comportamento inadeguato, al limite dell'omissivo.
Non è un caso infatti che proprio la Regione Veneto il giorno 28 ottobre, la data scelta da Isde per il suo convegno, aveva diramato un comunicato in cui si annunciava uno studio nel quale si minimizzavano gli allarmi lanciati da Isde ed Enea in relazione ad un presunto aumento di determinate patologie nel Veneto centrale. Dopo la mossa della Regione però la polemica è divampata ancora una volta. I motivi sono principalmente due. Da una parte l'amministrazione capitanata dal leghista Luca Zaia, è stata messa nel mirino per non avere reso pubblico lo studio che sostanziava gli assunti contenuti nel comunicato, ripresi ampiamente sulla stampa. Dall'altra l'esecutivo veneto è stato infilzato immediatamente dalla galassia ecologista, ma non solo da quella, per aver tralasciato, almeno in prima battuta, l'incidenza sulla salute dei Pfas, anche per patologie gravi ma non cancerogene.
Frattanto però fra gli addetti ai lavori, ma anche tra le persone maggiormente interessate, sta circolando un approfondimento pubblicato sul bollettino dell'università americana di Harvard, una delle più prestigiose al mondo. L'articolo, che accende i riflettori sulla pervasività dell'inquinamento dei derivati del fluoro negli Usa, mette in correlazione diretta «l'alto livello di composti fluorinati» con cancro e disfunzioni ormonali.

Marco Milioni

venerdì 28 ottobre 2016

Convegno medico sui Pfas a Vicenza sabato 29 ottobre ore 9-00

Sabato mattina a Vicenza questo importante convegno

Cosa succede ai link ai pfas in regione?

giovedì 27 ottobre 2016

Cosa succede ai link ai pfas in regione?

Da circa due settimane non funziona  il link che portava al "fascicolo sull'incidenza dei tumori nell'ULSS5" sul sito del registro tumori del veneto (RTV)  mentre è rimasto funzionante quello relativo all'ULSS6-sud.
Non sarà mica che avranno deciso di di accogliere le osservazioni degli esperti ISDE che abbiamo manifestato con una lettera  al professor Rugge, Direttore del RTV, ?
E a distanza di 6 mesi, ancora non si sono decisi a riparare i link ai documenti e alle registrazioni della conferenza stampa del 20 aprile che annuncia i risultati del biomonitoraggio. Non sarà che avranno deciso di togliere i documenti dopo le critiche e le osservazioni al biomonitoraggio che  ho fatto qui.

Scommettiamo che almeno il link ai dati dell'ULSS5 riappariranno miracolosamente dopo la conferenza stampa di domani in cui si annuncerà quanto già si sa da aprile, cioè che nel regno dei pfas addirittura i tumori so odi meno che altrove?

domenica 16 ottobre 2016

Il New Jersey abbassa i livelli massimi di PFOA nelle acque potabili a 14 ng/litro: continua la corsa al ribasso, ma non in Italia

domenica 16 ottobre 2016

Il New Jersey abbassa i livelli massimi di PFOA nelle acque potabili a 14 ng/litro: continua la corsa al ribasso, ma non in Italia


Nel maggio di quest'anno l'EPA (Environment Protection Agency), l'equivalente del nostro ministero per l'ambiente, abbassò le concentrazioni massime permesse nell'acqua potabile di PFOA e PFOS a 70 nanogrammi litro, dai precedenti 400 nanogrammi/litro per il PFOA e 200 ng/litro per il PFOS (ne ho già parlato qui). In Veneto, ricordiamo, sono permessi 500 ng/L per il PFOA e 30 ng/L per il PFOS.
Le autorità del New jersey criticarono quella decisione, considerando i nuovi limiti non sufficientemente protettivi per la salute umana, particolarmente per le donne in gravidanza, i loro bambini durante la vita intrauterina e nei primi anni di vita, le persone più anziane.
Le critiche si basano sui risultati di recenti studi che dimostrano un aumentato rischio di effetti tossici, anche per concentrazioni nell'acqua potabile e negli alimenti inferiori a quelli precedentemente considerati “sicure”, per il sistema immunitario, per le ossa in accrescimento, per il metabolismo glucidico e lipidico, per lo sviluppo neurocognitivo del feto e dei bambini fino all'ottavo-decimo anno di vita,  nonché per la crescita fetale.

Preso atto dei risultati di questi studi pubblicati a partire dal 2008, un gruppo di scienziati consulenti del governo del New Jersey, negli Stai Uniti, hanno consigliato le autorità di quello stato di abbassare le concentrazioni massime permesse nell'acqua a 14 ng/litro per il PFOA (link). Secondo le autorità del New jersey, questi nuovi valori dovrebbero essere privi di rischio di effetti tossici in caso di esposizione per tutta la vita ad acqua potabile contaminata dal PFOA.
La scelta dei governanti del New jersey di abbassare di cinque volte i livelli di PFOA permessi nell'acqua potabile rispetto a quelli considerati "sicuri" dall'EPA, suggerisce che, probabilmente, non vi sono concentrazioni di PFOA nell'acqua potabile che possano essere considerate "sicure" per la salute umana, particolarmente per alcune fasce più sensibili della popolazione.
Recentemente, gli scienziati vhe fanno parte della commissione tedesca per biomonitoraggio umano, hanno anche loro rivisto gli studi più recenti della letteratura medica sui PFAS, giungendo alla conclusione che le concentrazioni nel sangue di PFOA e PFOS al di sotto delle quali è poco probabile la comparsa di effetti tossici per la salute umana sono 2 ng/litro per il PFOA e 5 ng/litro per il PFOS (link). Questi valori  sono notevolmente inferiori rispetto a quelli riscontrati sia negli Stati Uniti che in Veneto (ne ho parlato qui) nella popolazione non esposta ai PFAS presenti nell'acqua contaminata o negli alimenti.  Questo significa che l’esposizione a questi composti attraverso l’acqua, gli alimenti e l’aria debba cessare immediatamente, al fine di abbassare la quantità di PFO a e PFOS  nel sangue.
Molto interessanti sono le motivazioni con il quale il gruppo di scienziati tedeschi motivano la loro decisione. "… Dopo una valutazione degli studi epidemiologici umani completata nel maggio 2016, la commissione per il biomonitoraggio umano ha giudicato che nelle seguenti aree sono ben documentati, rilevanti e significativamente associati con l'esposizione al PFOA e/o il PFOS gli effetti su:
1) fertilità e gravidanza (gestosi gravidica, diabete della gravidanza, tempo di attesa per la gravidanza superiore ad un anno);
2) peso del neonato alla nascita;
3) metabolismo dei grassi;
4) sviluppo del sistema immunitario, efficacia dei vaccini;
5) sviluppo ormonale, età comparsa della pubertà/menarca;
6) metabolismo della tiroide;
7) comparsa della menopausa."
Secondo gli esperti della commissione tedesca, sebbene i meccanismi implicati nella comparsa di tali effetti non siano stati ancora completamente delucidati, "… La concordanza dei risultati degli studi animali e di questi epidemiologici… Giustificano le nostre conclusioni in almeno due rispetti:
1) Le analogie fra gli animali e gli studi epidemiologici umani potenziano la possibilità che gli effetti tossici selezionati sono rilevanti (per esempio produzione di anticorpi, peso alla nascita, epoca di comparsa della pubertà; 2) recenti studi animali hanno anche osservato l'effetti per esposizione basse dosi.”
Dal momento che gli "esperti" dell'Istituto superiore di sanità italiano hanno fissato
 limiti per il PFOA (500 ng/litro ) di sette volte superiori a quelli consigliati dall'EPA e di quasi 40 volte rispetto a quelli del new jersey viene da pensare che questi nostri scienziati non sia una conoscenza dei risultati degli studi più recenti cui fanno riferimento i loro autorevoli colleghi americani e tedeschi. In alternativa, dovrebbero spiegare alla comunità scientifica internazionale e alle popolazioni venete esposte i motivi per cui non ritengono di dover condividere le conclusioni cui sono giunti i loro colleghi in Germania e negli Stati Uniti.

giovedì 22 settembre 2016

Pfas, il dottor Vincenzo Cordiano: non necessario screening di 110.000 persone da 1,5 miliardi di euro(Qui anche lo studio SER)

Pfas, il dottor Vincenzo Cordiano: non necessario screening di 110.000 persone da 1,5 miliardi di euro

Di Citizen Writers Giovedi 15 Settembre alle 15:49 | 1 commenti
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Riceviamo dal dottor Vincenzo Cordiano e pubblichiamo
Lo studio del SER veneto (clicca qui per visualizzarlo) condotto nei comuni ad alta contaminazione da PFAS, i 21 comuni veneti più contaminati, a mio parere è importantissimo perché: 1) conferma per filo e per segno lo studio di mortalità retrospettivo condotto da ISDE-ENEA, e cui vi ho dato notizia in precedenza. Inoltre conferma un eccesso di incidenza di ipercolesterolemia e ipotiroidismo, condizioni che classicamente sono state associate ai PFAS. E mi suscita alcune perplessità l’affermazione dell’estensore che esclude a priori un ruolo dei pfas nell’eziopatogenesi di queste patologie multifattoriali. Senza apportare alcun dato scientifico che corrobori tale affermazioni. Il dottor Saugo non è noto per essere un esperto di pFAS e non mi risulta che se ne sia mai interessato prima del 2013. 2) Sempre a mio parere i risultati di questo studio rendono non necessario il previsto screening di 110.000 persone per i prossimi dieci anni. con una spesa preventivata di 1,5 miliardi di euro. I dati già ci sono. A meno che non vengano determinati anche anche i pfas nel sangue, cosa che, al momento, non sembra essere prevista.
3) è gravissimo che nessuno dei sindaci interessati non abbia sentito il bisogno di chiedere lumi agli autori del studio
Leggi tutti gli articoli su: pfas, Vincenzo Cordiano

Commenti
Inviato Sabato 17 Settembre alle 06:48
Vorrei precisare che lo screening sanitario previsto, che pur noi medici di ISDE Vicenza abbiamo chiesto fino dall'estate 2013, ha senso SOLO se associato alla determinazione dei PFAS nel sangue dei singoli soggetti residenti nelle zone più contaminate e in un campione di controllo molto più numeroso di quello finora usato. Solo se saranno disponibili i dati relativi alle quantità di pfas presenti nel sangue dei singoli soggetti. si potrà trarre qualche confusione di un certo valore significativo sul ruolo dei PFAS nel determinare o meno una eventuale patologia riscontrata nel soggetto anonimato. Oltre a rendere un servizio di inestimabile valore alla comunità scientifica internazionale che potrà avere un altro contributo con il quale giudicare la pericolosità di queste sostanze. Altrimenti saranno solo soldi buttai al vento e resterà il dubbio, insinuato anche dall'autore dello studio del SER, che tali anomalie possano essere causate dai "soliti fattori di rischio già noti" e dai fantomatici stili di vita. I quali non is capisce perché da oltre 40 anni si siano annidati e concentrati in una determinata area, la zona "rosa" più contaminata dai pfas, e non in altre zone vicine. Voci di corridoio dicono che i PFAS nel sangue saranno cercati, ma dai documenti ufficiali ciò non si ricava. SI parla solo di non meglio definiti "esami di secondo livello" da effettuare qualora si verifichino determinate condizioni (quali?). Aspettiamo di vedere il protocollo definitivo del programma decennale di monitoraggio della popolazione esposta alla contaminazione da PFAS. Poi ci sarebbe da chiedersi perché i politici hanno deciso di sottoporre ad un monitoraggio accurato la popolazione esposta ai PFAS a spese del contribuente e non altre popolazioni ugualmente esposte a sostanze probabilmente più tossiche dei PFAs: per esempio i cittadini che vivono in vicinanza degli inceneritori di Schio o di Padova (e di tutti gli altri inceneritori più o meno nascosti del Veneto: cementifici di Monselice,, inceneritori interni alle industrie chimiche ecc), o quelli che risiedono attorno alle discariche, o quelli che vivono attorno al lago di Garda contaminato dalle diossina, o i milioni di cittadini veneti che respirano da decenni aria fra la più inquinata al mondo. I pFAS oggi sono di moda e un monitoraggio più o meno ben fatto potrebbe essere usato per nascondere colpe passate di politici e amministratori che avrebbero dovuto controllare e forse non l'hanno fatto, accontentare la popolazione che potrà farse delle analisi gratis e raccogliere qualche voto alle prossime elezioni.. VIncenzo Cordiano

sabato 20 agosto 2016

Recenti studi dimostrano altri effetti danni per la salute causati dal pfoa.

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Studies show more health harms from PFOA

• Aug 12, 2016
The New York State Senate is expected to soon announce a date for a hearing on how the Cuomo administration handled drinking water contamination in Hoosick Falls. It comes as new studies out this week show more harmful effects from exposure to the chemical PFOA, on mothers and their children.
The four studies — some done by Harvard researchers and published in leading journals — look at a class of human-made substances known as highly fluorinated chemicals. They include perfluorooctanoic acid, or PFOA, used in the manufacture of nonstick coatings on pots and pans as well as fabric protectors. PFOA was found in water in Hoosick Falls and other towns in eastern New York.
“These chemicals have some of the strongest bonds in the periodic table, and they basically never break down, so they stay around for millions of years,” said Arlene Blum with the University of California, Berkeley-based Green Science Policy Institute.
Blum said several types of cancer, high cholesterol and obesity are all associated with exposure to the substances.
Two papers by Harvard researcher Philippe Grandjean look at the effects of PFOA on the immune systems of children. He found that very young children exposed to the chemical have a reduced immune response to vaccinations. He also found that as the children grew older, they had other problems as well, including more colds and stomach upsets.
The other study found that women with high levels of PFOA in their blood could not breastfeed as long as women without high levels, indicating some kind of hormonal disturbance.
The problems experienced in Hoosick Falls — where many residents have been found to have high levels of PFOA in their blood, likely from nearby manufacturing plants — appear to be just the tip of the iceberg.
Similar highly fluorinated chemicals are contained in flame retardants at airports and on military bases. They are used in trainings, and another study found the runoff can end up in the water supply.
Blum said one immediate way to curb the chemicals is to use some other substance for trainings and save the actual chemicals for when there’s a real need.
“If there’s a fire, perhaps we really need these chemicals,” she said. “They should not be used for practices.”
A fourth study looked at EPA tests of two-thirds of the drinking water systems in the United States and found the drinking water of 6 million people has levels of highly fluorinated chemicals that are above the current EPA limits.
Blum said if the EPA lowers its limits of acceptable levels of PFOA and related chemicals, as many scientists have urged, then as many as 16.5 million people could be drinking potentially contaminated water.
She said there is a solution, though: Find other water sources that have not yet been contaminated by chemicals.

martedì 16 agosto 2016

Sull'Arena di Verona 10 agosto 2016 : Un medico accusa: «A Roma dal 2000 sapevano tutto». Inquietante rivelazione di un professionista: 16 anni fa era arrivata una mail che citava due ditte italiane produttrici

Allarme «Pfas». Un medico accusa: «A Roma dal 2000 sapevano tutto». Inquietante rivelazione di un professionista: 16 anni fa era arrivata una mail che citava due ditte italiane produttrici
Luca Fiorin. A Roma, stando a quanto afferma un medico ecologista, si sapeva della presenza nelle acque della nostra regione, delle sostanze perfluoro-alchiliche già nel 2000. Ovvero, ben 13 anni prima che la contaminazione di cui è vittima un'ampia area posta fra le provincie di Verona, Vicenza e Padova diventasse, in seguito a controlli effettuati entro il 2013 su indicazione dell'Unione Europea, un caso di interesse pubblico. Un caso così rilevante che dal prossimo novembre darà vita allo screening sulla salute della popolazione più esteso al mondo, per lo meno fra quelli sinora attuati per casi di questo tipo. Un controllo vastissimo, che riguarderà anche 72mila cittadini in provincia di Verona.
LA DENUNCIA. Secondo Vincenzo Cordiano, medico dell'Ulss che opera a Valdagno, nel vicentino, che è presidente dell'associazione dei medici per l'ambiente Isde di Vicenza, «l'affermazione, ripetuta da diversi funzionari regionali e dalle Ulss, secondo la quale nessuno in Veneto era a conoscenza della presenza dei Pfas prima dell'estate del 2013, è inverosimile».
Cordiano, infatti, spiega che tali dichiarazioni «sono smentite da un documento dell'Epa, grosso modo l'equivalente statunitense del ministero per l'Ambiente italiano, che è stato inviato ancora il 16 maggio del 2000 dal dottor Charles Auer, allora direttore di un dipartimento dell'ente americano, a un gruppo di studiosi e ricercatori di varie nazionalità, di cui almeno due erano in carica all'Istituto superiore di Sanità (Iss)».
L'istituto svolge la funzione di consulente del Governo e della Regione su questo argomento. «Con tale messaggio», continua il medico, «Auer informava della decisione della 3M, l'unica azienda produttrice negli Usa di uno dei componenti appartenenti alla famiglia dei Pfas, quello considerato maggiormente pericolosi, cioè il Pfos, di sospendere la produzione sia di esso che di un altro composto diffuso in Veneto, il Pfoa, ed affermava chiaramente che in altri Paesi, Italia compresa, esistevano produttori di Pfas».
I DUBBI. Il documento è tuttora disponibile su un sito internazionale dedicato alle industrie chimiche. «Personalmente», afferma ancora Cordiano, «non conosco il ruolo che svolgevano nel 2000 i destinatari dell'email dell'Istituto superiore di sanità, ne se sono state intraprese iniziative per indurre le uniche due aziende italiane produttrici di Pfas (la Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria, e la Miteni di Trissino, Vicenza) a sospendere la produzione di sostanze che già allora Auer definiva come altamente persistenti nell'ambiente e con una forte tendenza ad accumularsi nel sangue e nei tessuti animali, tanto da poter esporre ad un rischio per la salute umana».
«Quello che invece so», aggiunge il medico, «è che l'azienda Miteni ha continuato a produrre Pfos e Pfoa almeno fino al 2011, anche se, secondo le dichiarazioni rilasciate dall'amministratore delegato della Miteni, e da quanto è riportato nel sito dell'azienda, risulta che la ditta ha presentato già nel 2011 al ministero dell'Ambiente i dati sulla produzione di Pfas e che su questo si è confrontata con l'Istituo superiore della sanità, in occasione di congressi internazionali, arrivando nel 2008 a condividere una valutazione dei rischi».
LE DOMANDE. «Sarebbe interessante sapere se il mancato intervento dei ministeri, per oltre 10 anni, sia stato influenzato dalla collaborazione costruttiva della Miteni o se l'azienda di Trissino abbia sponsorizzato convegni, eventi o iniziative alle quali hanno partecipato ricercatori o altri funzionari dell'Istituto superiore di Sanità o di altre istituzioni o ministeri italiani», afferma Cordiano. «In altre parole», si interroga il medico, «in cosa si è concretizzato il contributo all'Iss della Miteni, ed essa ha mai informato i dirigenti delle Ulss e della Regione Veneto della possibile pericolosità dei suoi prodotti ed ha mai cercato di condividere il rischio con la popolazione che ne era esposta?»
ESAMI E POLEMICHE. In questi giorni, intanto, si è saputo che si è conclusa la seconda fase del biomonitoraggio che era stato avviato su un campione di cittadini del Basso Vicentino per accertare la presenza di Pfas nel loro sangue. Un controllo i cui primi risultati, che hanno attestato che tale situazione è concretamente esistente, hanno fatto sì che la Regione Veneto abbia poi deciso di controllare lo stato di salute di tutta la popolazione potenzialmente a rischio. In questo secondo stadio della verifica sono stati inseriti anche i dati di analisi effettuati m provincia di Verona. Intanto, mentre sul fronte veronese da qualche tempo tutto tace, il sindaco di Vicenza, Achille Variati, critica la contrapposizione che continua a persistere fra il ministero dell'Ambiente e la Regione in merito all'inquinamento da sostanze perfluoro-alchiliche e propone di unire le forze per garantire un approvvigionamento sicuro degli acquedotti.
L’Arena – 10 agosto 2016 
 

sabato 21 maggio 2016

Per la prima volta si considerano gli effetti tossici congiunti di PFOA e PFOS

sabato 21 maggio 2016

70 ng/litro: questi i nuovi limiti americani per PFOA più PFOS

L'EPA (Environment Protection Agency, l'agenzia per la proezione dell'ambiente) ha rilasciato i nuovi limiti aggiornandoli a 70 ng/litro per la somma di PFOA e PFOS. I limti precedenti erano 200 ng/l per il PFOS e 400 ng/l per il PFOA.
L'aggionamento al ribasso è la conseguenza della pubblicazione dei risultati di alcuni studi che hanno valutato la tossicità evolutiva (developmental toxicity) nei  topi. Questi risultati dimostrano che negli animali possono comparire anomalie dello svliluppo osseo e del sistema immunitario nei topini esposti durnante la gravidanza a concentrazioni molto più basse di quelle considerate in studi precedenti.

Pertanto, per protegggere le fasce più sensibiili (neonati e donne gravide) agli effetti tossici si stabiliscono questi nuovi limiti, che tuttavia non hanno valore come limiti di legge.
In base a questi nuovi limiti anche la dose massima tollerabile giornaliera o Rfd( reference dose o dose di riferiment) come la chiamano in USA è di 20 ng/kg. Cioè  un bmabino di 10 kg non dovrebbe superare la dose massima di PFOA e PFOS di 200 ng al giorno, che è la quantità totale  di PFOA e PFOS che entra nel corpo per ingestione di acqua e alimenti e per inspirazione di aria inquainata),
Chi volesse studiarsi tutto il papiro in inglese del processo decisonale che ha aggiornato i limti americani può scaricarsi i documenti sul sito EPA.

 Ricordo che in alcuni stati i limiti per il PFOA sono ancora più bassi; 40 ng/l nel New Jersey e 20 ng/l nel Vermont.
Che considerazioni si possono fare?
La prima è che i limiti non hanno alcun valore ai fini della protezione della slaute umana. I limiti sono arbitrari e variabili secondo il progredire delle conoscenze e la coìvolontà politica di soddisfare gli interessi di potentati economici.
La seconda è che finalmente si considerano gli effetti tossici congiunti di PFOA e PFOS. Tuttavia l'EPA non fornisce alcun parere su tutti gli altri PFAS in quanto non si hanno studi a sufficienza siu queste molecole. A parte il fatto che questi studi ci sono, ciò significa che noi stiamo bevendo acqua e mangiando alimenti contenenti molecole la cui tossicità è sconosciuta. E il fatto che non se conosca la tossicità non significa che non siano tossiche.
La terza è che in Veneto aumenta il numero di comuni la cui acqua potabile sarebbe "fuori legge" se si applicassero i limti americani. E cosa diranno ora il capo della sanità veneta e i suoi giannizzeri che stanno battendo a tappeto il territorio per spargere camionate di tranquillanti sui cittadini preoccupati? Non potranno più dire che i limti veneti sono più bassi di quelli americani.
Infine le autorità mi dovranno spiegare perché in America pe rtutelarela salute pubblica i limiti li risìducono sempre di più mentre in Italia  li aumentano, vedi post precedente.