Corso sui PFAS e danni da inquinamento per pediatri a Vicenza patrocinato da ISDE
Sabato 10 Novembre, presso l’Hotel Viest, alle ore 8,30 si terrà il
corso per pediatri “Rischio Ambientale e Salute del Bambino”. Si parlerà
anche di PFAS e io ho avuto l’onore di rappresentare ISDE Italia, che
ha concesso il patrocinio a questo importante evento. Il primo
organizzato specificamente per i pediatri, essndo state le istituzioni
latitanti. La mia relazione verterà su “PFAS: Produzione, diffusione ed
effetti sulla salute”. Grazie a GiacomoToffol e agli altri
organizzatori. IL programma è scaricabile qui al link qui sotto
L’hotel Viest è localizzato a poche centinaia di metri dall’uscita dell’autostrada A4 di Vicenza Est.
GenX dall’Olanda nelle falde di Trissino. Perché si grida allo scandalo?
la DuPont inviò fra il 2006 e il 2013 all’EPA almeno 16 documenti
in cui si descrivono gli effetti tossici osservati negli animali
nutriti con GenX
Il GenX è uno dei 4730 composti della famiglia dei PFAS ufficialmente riconosciuti dall’OECD
in uno studio recente. Fu introdotto qualche anno fa dalla DuPont per
il sostituire il PFOA nel processo di produzione delle pellicole
antiaderenti al Teflon da applicare sulle pentole e di numerosi altri
prodotti di consumo e utilizzo quotidiano. Definito dalla DuPont come
dotato “di un profilo tossicologico più favorevole” in realtà ha le
stesse proprietà chimico-fisiche di tutti gli altri PFAS: è tossico,
persistente, si accumula negli orgnismi viventi . Ancor prima che la EPA
americana ne autorizzasse la commercializzazione e la FDA il suo
utilizzo per i contenitori per alimenti, la DuPont aveva condotto studi
negli animali di laboratorio che ne attestavano inequivocabilmente la
cancerogenicità. Sappiamo
che la DuPont inviò fra il 2006 e il 2013 all’EPA almeno 16 documenti
in cui si descrivono gli effetti tossici osservati negli animali nutriti
con GenX: oltre a vari tipi di cancro, anche danni al fegato,
alterazioni del colesterolo, basso peso alla nascita ecc. Come si vede
sono gli effetti tossici tipici dei PFAS.
Nonostante fossero a conoscenza della tossicità del GenX, le due
agenzie ne hanno autorizzato tranquillamente la produzione e l’utilizzo.
Questo è veramente scandaloso, non la scoperta che il GenX è arrivato
nelle falde di Trissino, immessovi dalla solita Miteni che forse non lo
produce ma tratta i rifiuti contenenti GenX dell’impianto olandese
della Dupont, a quanto pare l’unico a produrre la molecola in Europa.
L’allarme è nato in seguito alla scoperta della presenza del GenX in
alcuni pozzi posti a centinaia di metri dalla Miteni. Che,
ricordiamolo, è stata autorizzata a trattare i rifiuti olandesi dalla
Regione e da altre amministraioni ed enti locali. La stampa locale ha
additato al pubblico ludibrio un alto dirigente che si difende dicendo
di aver soltanto avallato con la sua firma effettuata dai suddetti enti
ed istituzioni.
La vicenda ha indiscutibilmente retroscena poco chiari, come tante
altre che hano visto protagonisti i palazzi veneziani e romani nella
oramai annosa vicenda dei PFAS.
Probabilmente, lo pensano in molti, la diffusione della notizia del
ritrovamento del GenX è foriera del licenziamento del suddetto dirigente
che potrebbe non essere più gradito ai suoi referenti politici che
l’hanno nominato.
Ma come c’è finito il GenX nelle falde vicentine? Le ipotesi possono
essere tante. L’azienda può averlo scaricato, come fa, legalmente, con
gli altri PFAS nel Poscola; nel corso degli anni il composto potrebbe
aver preso la stessa via percorsa da tutti gli altri PFAS infiltrandosi
nel suolo fino ad arrivare in falda. Oppure il composto potrebbe essere
sopravvissuto all’incenerimento dei rifiuti nella fornace interna della
Miteni. E se così fosse si potrebbe pensare che l’inceneritore
dell’azienda trissinese non sia tecnologicamente adeguato a raggiungere
rapidamente le elevatissime temperature, superiori ai 1000° C, necessari
per demolire il legame fra fluoro e carbonio nelle molecole di alcuni
PFAS i quali, quindi, potrebbero rimanere nei fumi che escono dai camini
della Miteni per essere dispersi anche a notevole distanza dalle
ciminiere.
Ma le mie sono solo supposizioni, ipotesi la cui validità
probabilmente non potrà mai essere confermata o confutata, dal momento
che le proprietà chimico-fisiche e le altre caratterisitiche del GenX
non sono note al grande pubblico, e probabilmente nemmeno all’EPA e alla
FDA, in quanto coperte dal segreto industriale. Lo stesso vale per
molti altri cosiddetti “nuovi” PFAS, utilizzati in sostituzione di
quelli vecchi, che le aziende produttrici sbandierano come meno tossici
pur sapendo che non è vero.
E la Miteni produce alcuni di questi nuovi PFAS, fra i quali quelli a corta catena PFBA e PFBS.
Ora parrebbe che la 3M, altra multinazionale famosa per i disastri
ambientali causati e per le multe miliardarie che ha dovuto pagare, come
la DuPont, negli Stati Uniti, abbia dismesso la produzione di PFBA nel
1998. Ufficialmente perché c’era poca richiesta dal mercato. Si vede che
il PFBA della Miteni, che continua a produrlo, è migliore di quello
dell’americana 3M. Ma il motivo potrebbe essere in realtà che il PFBA
era stato sversato in quantità enormi nelle falde acquifere sottostanti
l’impianto di produzione e la 3M fu costretta ad accollarsi le spese
della bonifica.
In conclusione, il GenX è a tutti gli effetti uno degli “altri” PFAS
la cui somma totale non deve superare i 500 ng/L, secondo i limiti di
performance stabiliti dall’ISS? Visto che non hanno mai voluto fare le
cose seriamente e mettere come limiti l’unico serio, cioè zero, trovarsi
un PFAS in più o in meno nel proprio bicchiere che dfferenza fa?
Perché le mamme no PFAS invece di andare ad invocare aiuto davanti
alla procura vicentina non vanno a manifestare sotto la casa del
governatore Zaia? Forse non hanno ancora capito che lui, uno dei pochi
che potrebbe farlo, la Miteni non la vuole proprio chiudere, tanto è convinto che la Miteni non produce più PFAS.
GenX dall’Olanda nelle falde di Trissino. Perché si grida allo scandalo?
la DuPont inviò fra il 2006 e il 2013 all’EPA almeno 16 documenti
in cui si descrivono gli effetti tossici osservati negli animali
nutriti con GenX
Il GenX è uno dei 4730 composti della famiglia dei PFAS ufficialmente riconosciuti dall’OECD
in uno studio recente. Fu introdotto qualche anno fa dalla DuPont per
il sostituire il PFOA nel processo di produzione delle pellicole
antiaderenti al Teflon da applicare sulle pentole e di numerosi altri
prodotti di consumo e utilizzo quotidiano. Definito dalla DuPont come
dotato “di un profilo tossicologico più favorevole” in realtà ha le
stesse proprietà chimico-fisiche di tutti gli altri PFAS: è tossico,
persistente, si accumula negli orgnismi viventi . Ancor prima che la EPA
americana ne autorizzasse la commercializzazione e la FDA il suo
utilizzo per i contenitori per alimenti, la DuPont aveva condotto studi
negli animali di laboratorio che ne attestavano inequivocabilmente la
cancerogenicità. Sappiamo
che la DuPont inviò fra il 2006 e il 2013 all’EPA almeno 16 documenti
in cui si descrivono gli effetti tossici osservati negli animali nutriti
con GenX: oltre a vari tipi di cancro, anche danni al fegato,
alterazioni del colesterolo, basso peso alla nascita ecc. Come si vede
sono gli effetti tossici tipici dei PFAS.
Nonostante fossero a conoscenza della tossicità del GenX, le due
agenzie ne hanno autorizzato tranquillamente la produzione e l’utilizzo.
Questo è veramente scandaloso, non la scoperta che il GenX è arrivato
nelle falde di Trissino, immessovi dalla solita Miteni che forse non lo
produce ma tratta i rifiuti contenenti GenX dell’impianto olandese
della Dupont, a quanto pare l’unico a produrre la molecola in Europa.
L’allarme è nato in seguito alla scoperta della presenza del GenX in
alcuni pozzi posti a centinaia di metri dalla Miteni. Che,
ricordiamolo, è stata autorizzata a trattare i rifiuti olandesi dalla
Regione e da altre amministraioni ed enti locali. La stampa locale ha
additato al pubblico ludibrio un alto dirigente che si difende dicendo
di aver soltanto avallato con la sua firma effettuata dai suddetti enti
ed istituzioni.
La vicenda ha indiscutibilmente retroscena poco chiari, come tante
altre che hano visto protagonisti i palazzi veneziani e romani nella
oramai annosa vicenda dei PFAS.
Probabilmente, lo pensano in molti, la diffusione della notizia del
ritrovamento del GenX è foriera del licenziamento del suddetto dirigente
che potrebbe non essere più gradito ai suoi referenti politici che
l’hanno nominato.
Ma come c’è finito il GenX nelle falde vicentine? Le ipotesi possono
essere tante. L’azienda può averlo scaricato, come fa, legalmente, con
gli altri PFAS nel Poscola; nel corso degli anni il composto potrebbe
aver preso la stessa via percorsa da tutti gli altri PFAS infiltrandosi
nel suolo fino ad arrivare in falda. Oppure il composto potrebbe essere
sopravvissuto all’incenerimento dei rifiuti nella fornace interna della
Miteni. E se così fosse si potrebbe pensare che l’inceneritore
dell’azienda trissinese non sia tecnologicamente adeguato a raggiungere
rapidamente le elevatissime temperature, superiori ai 1000° C, necessari
per demolire il legame fra fluoro e carbonio nelle molecole di alcuni
PFAS i quali, quindi, potrebbero rimanere nei fumi che escono dai camini
della Miteni per essere dispersi anche a notevole distanza dalle
ciminiere.
Ma le mie sono solo supposizioni, ipotesi la cui validità
probabilmente non potrà mai essere confermata o confutata, dal momento
che le proprietà chimico-fisiche e le altre caratterisitiche del GenX
non sono note al grande pubblico, e probabilmente nemmeno all’EPA e alla
FDA, in quanto coperte dal segreto industriale. Lo stesso vale per
molti altri cosiddetti “nuovi” PFAS, utilizzati in sostituzione di
quelli vecchi, che le aziende produttrici sbandierano come meno tossici
pur sapendo che non è vero.
E la Miteni produce alcuni di questi nuovi PFAS, fra i quali quelli a corta catena PFBA e PFBS.
Ora parrebbe che la 3M, altra multinazionale famosa per i disastri
ambientali causati e per le multe miliardarie che ha dovuto pagare, come
la DuPont, negli Stati Uniti, abbia dismesso la produzione di PFBA nel
1998. Ufficialmente perché c’era poca richiesta dal mercato. Si vede che
il PFBA della Miteni, che continua a produrlo, è migliore di quello
dell’americana 3M. Ma il motivo potrebbe essere in realtà che il PFBA
era stato sversato in quantità enormi nelle falde acquifere sottostanti
l’impianto di produzione e la 3M fu costretta ad accollarsi le spese
della bonifica.
In conclusione, il GenX è a tutti gli effetti uno degli “altri” PFAS
la cui somma totale non deve superare i 500 ng/L, secondo i limiti di
performance stabiliti dall’ISS? Visto che non hanno mai voluto fare le
cose seriamente e mettere come limiti l’unico serio, cioè zero, trovarsi
un PFAS in più o in meno nel proprio bicchiere che dfferenza fa?
Perché le mamme no PFAS invece di andare ad invocare aiuto davanti
alla procura vicentina non vanno a manifestare sotto la casa del
governatore Zaia? Forse non hanno ancora capito che lui, uno dei pochi
che potrebbe farlo, la Miteni non la vuole proprio chiudere, tanto è convinto che la Miteni non produce più PFAS.
La Giunta Regionale del Veneto con la deliberazione n.851 del 13
giugno 2017 [1] dal titolo Approvazione II livello del "Protocollo di
screening della popolazione veneta esposta a sostanze
perfluoroalchiliche" e del "Trattamento di Soggetti Con Alte
Concentrazioni di PFAS” pubblicata sul BUR del 14 luglio 2017 " ha
stabilito i criteri in base ai quali selezionare i soggetti cui
proporre su base volontaria al trattamento aferetico per la “riduzione”
della concentrazione dei PFAS dal sangue. aferesi (immagine da Internet)
Aferesi è un termine che significa portare via, togliere. In questo
caso si tratta di togliere il plasma e cioè la parte liquida del sangue
nel quale sono dispersi sali, vitamine, farmaci, proteine
(principalmente l’albumina, la proteina cui si legano i PFAS) e
sostituirlo con una soluzione che rimpiazzi il volume tolto. L’aferesi
del plasma può essere parziale, come avviene per esempio con i donatori
di sangue nei quali si tolgono 500-600 cc di plasma ad ogni donazione
oppure (quasi)totale e in questo caso la procedura si chiama scambio
plasmatico o plasma exchange. Con lo scambio
plasmatico si tolgono alcuni litri di plasma (dipende dal peso corporeo
del soggetto) che viene subito sostituito con un analogo volume di
soluzione contenente albumina. Lo scambio plasmatico è una procedura
molto più invasiva (e rischiosa) riservata a soggetti con patologie
gravi o gravissime, potenzialmente minacciose per la vita del paziente,
per le quali non esistono alternative terapeutiche, o se ci sono, non
hanno funzionato nel caso del paziente in oggetto. Oppure, come ne l
caso dell’avvelenamento da Amanita Phalloides, o di morso di serpenti
molto velenosi o, infine nel caso di sovraddosaggio accidentale o a
scopo suicida con alcuni farmaci, si tratta di sostanze che non vengono
eliminate rapidamente dall’organismo e bisogna pertanto agire
rapidamente per cercare di salvare il paziente.
Prima di continuare devo premettere che quelle che seguono sono
considerazioni personali e non sono state condivise con nessuna delle
persone e amici citati né, tantomeno, dagli organismi direttivi di ISDE.
Cos’è la plasmaferesi?
La plasmaferesi e lo scambio plasmatico, che d’ora in poi indicheremo
con la sigla PE, non sono mai stati applicati finora al mondo per la
rimozione dei PFAS dal sangue. E anche quando è stata usata per pulire
il sangue da altre molecole inquinanti, per esempio i
policlorurobifenili (PCB) è stata rapidamente abbandonata perché
inefficace. Pertanto le procedure di “pulizia del sangue” se applicate
ai pfas devono essere considerate totalmente sperimentali, per le quali
non esistono prove di efficacia o di inefficacia non essendoci nemmeno
uno studio pubblicato al mondo. E se qualcuno affermasse che i soggetti
che hanno accettato il trattamento proposto dalla regione Veneto sono
delle cavie [2] avrebbe probabilmente ragione.
Perché i funzionari regionali hanno proposto la plasmaferesi al popolo contaminato da PFAS?
In via del tutto teorica, la plasmaferesi potrebbe funzionare nel caso
dei PFAS per abbassarne le concentrazioni nel sangue. A differenza di
molte altre molecole inquinanti che ci troviamo nel sangue, per esempio
diossina DDT, PCB che si legano principalmente ai grassi del corpo (e da
li non li smuove niente o nessuno), i PFAS si legano essenzialmente
all’albumina e, di meno, ad altre proteine del sangue. Quindi, si può
ragionare, se si toglie l’albumina si tirano via anche i PFAS che a essa
son legati, e se ne abbassano la concentrazione ematica. E ripetendo
periodicamente la procedura, alla fine si spera di aver eliminato i PFAS
dal sangue. Ipotesi valida, ma che purtroppo rimane solo un’ipotesi da
verificare. E in Veneto la stanno verificando sui cittadini che hanno
accettato più o meno consapevolmente di “fare da cavia”.
I dubbi a proposito dell’efficacia della plasmaferesi applicata ai PFAS sono molti.
Innanzitutto non sappiamo cosa succede ai pfas depositati nei tessuti
(fegato, reni, cervello, polmoni, muscoli, ossa ecc) dove provocano
infiammazione cronica e danni. La speranza è che, una volta ridotti i
livelli nel sangue con la PE, i pfas depositati negli organi si
stacchino e tornino nel sangue, si leghino quindi all’albumina, e anche
se i loro livelli tornano ad aumentare, ripetendo la PE (per quante
volte nessuno lo sa) alla fine i PFAS dovrebbero essere rimossi anche
dai tessuti. Il concetto a priori è valido, ripeto. Peccato che nessuno
abbia finora dimostrato che sia valido anche nella pratica clinica,
perché nonsappiamo se e a che velocità avvenga il passaggio dei PFAS dai
tessuti nel sangue.
Quale avrebbe dovuto essere la procedura da seguire per usare la plasmaferesi nei contaminati da PFAS?
Come per tutte le terapie sperimentali che ogni medico o istituzione
ritiene di dover proporre ai propri pazienti, è necessario seguire delle
procedure ben precise, proprio a tutela della salute dei volontari che
accetteranno di sottoporsi al trattamento ed evitare che incappino nelle
braccia di ciarlatani pronti a speculare sulla loro pelle per brama di
notorietà o interessi economici.
In breve, nel caso voglia proporre un trattamento sperimentale, il
medico (meglio se sono più medici o ricercatori) deve presentare un
protocollo ben preciso al comitato etico dell’istituto al quale
appartiene e/o al comitato etico provinciale. Il protocollo deve essere
il più preciso possibile e indicare nei minimi dettagli le modalità di
svolgimento della sperimentazione e le sue regole; si devono allegare
lavori scientifici che dimostrino che i farmaci o la procedura da
sperimentare siano già stati utilizzati, per la problematica di
interesse o in casi simili) in qualche parte del mondo; se non esiste
letteratura scientifica, come nel nostro caso, si devono allegare tutti
i lavori sperimentali o qualsiasi altra documentazione che possa
sostenere l’ipotesi di partenza. Inoltre bisogna specificare che si
vuole intervenire su patologie gravi, per le quali non esistono altre
terapie o, se esistono, hanno fallito o non son applicabili ai casi in
oggetto.
È evidente a tutti che il caso dei pfas non rientri in nessuna di
queste categorie. Nel loro caso si tratta di un’intossicazione cronica e
non acuta o fulminante come nel caso degli avvelenamenti; le molecole
si accumulano nei tessuti, da dove son probabilmente di difficile
mobilizzazione; i soggetti ai quali viene proposta la PE sono in
maggioranza giovani, spesso minorenni, e asintomatici, privi cioè di
disturbi o anomalie dei parametri di laboratorio diversi dai PFAS.
Molti di loro non svilupperanno probabilmente mai patologie gravi o
minacciose per la loro vita, anche nel caso si ritrovassero con valori
altissimi di PFAS.
Se io, medico del SSN, mi alzassi domani e iniziassi a sottoporre a
carico della sanità pubblica centinaia di persone ad uno qualsiasi
degli altri trattamenti, farmacologici o di altro tipo, proposti per la
riduzione della concentrazione ematica dei pfas, verrei sicuramente
tacciato di sperpero delle risorse pubbliche, di condotta
anti-scientifica, di voler speculare sulla credulità e le paure della
gente e verrei chiamato subito al rimborso dell’aggravio di spese
causato al SSN. Inoltre sarei passibile di provvedimenti disciplinari da
parte di vari enti ed istituzioni. Diversamente potrebbe andare la cosa
qualora invece rispettassi la prassi e avessi ottenuto l’approvazione
da parte dei comitati etici.
Solitamente, poi, prima di proporre una procedura o un farmaco
sperimentale si effettua uno studio preliminare o “pilota” su un piccolo
campione di persone e soltanto, dopo, si passa all’applicazione su
larga scala. In numerosi incontri pubblici e interviste era stato in
precedenza dichiarato da noti funzionari della regione, che sarebbe
stato compiuto uno studio preliminare per valutare l’efficacia della
plasmaferesi applicata ai PFAS. Non mi risulta finora che tale studio
sia stato effettuato né che sia stata chiesta l’approvazione a qualche
comitato etico.
Alcuni aspetti pratici del piano di trattamento con plasmaferesi dei PFAS suscitano numerose perplessità.
Per esempio la scelta dei livelli soglia di PFAS al disopra dei quali
sarà consigliata la plasmaferesi. Questi livelli sono a mio parere del
tutto arbitrari, privi di razionale scientifico e di riferimenti
bibliografici. In altre parole, secondo quanto stabilito dai proponenti
il protocollo, un adolescente completamente asintomatico con 100,8 ng/di
PFOA (caso reale) è considerato come affetto da una patologia talmente
grave e minacciosa per la sua vita da essere avviato a PE. Un altro
ragazzo, anch'esso asintomatico ma con 99,9 ng/mL di PFOA è al contrario
considerato sano e non meritevole di essere avviato ad analogo
trattamento. E bisogna ricordare che anche nel miglior laboratorio del
mondo il dosaggio dei PFAS nel sangue è soggetto, come per ogni altro
paramento di laboratorio, ad una variabilità che, nel loro caso ,è del
20% circa. Ciò significa che il soggetto con 100 ng/grammo di sangue
potrebbe averne in realtà 80 (e non dovrebbe fare la plasmaferesi)
oppure 120. Al contrario il soggetto di cui sopra con 99 potrebbe in
realtà averne circa 118 e pertanto dovrebbe fare la PE ed invece è
stato escluso) o circa 80 ng/g.
Oscuri sono anche i livelli di PFOA che si desidera raggiungere con la plasmaferesi perché ritenuti sicuri.
A tal proposito ricordo che una commissione di esperti tedeschi nel
settembre 2016 ha concluso che i livelli plasmatici che PROBABILMENTE
non sono associati con esiti sanitari avversi sono di 2 (due) ng/ml per
il PFOA e di 5 (cinque) ng/ml per il PFOS [3]. Qualche anno prima il
gruppo del Professor Philippe Grandjean aveva sostenuto, in base a studi
sperimentali su animali di laboratorio e su studi epidemiologici su
bambini del Nord Europa che, per prevenire la comparsa di significative
disfunzioni del sistema immunitario, sia necessario ridurne la
concentrazione massima nel siero a 0,1 ng/millilitro, corrispondente a
concentrazioni nell’acqua potabile massime di 1 (uno)
nanogrammo/millilitro [4]. L'obiettivo del "trattamento di soggetti con
alte concentrazioni di PFAS", come riportato nell'allegato B della
suddetta deliberazione è di "…ridurre la concentrazione delle sostanza
PFAS e nello specifico del PFOA composto a catena lunga con
caratteristiche di bioaccumulo nell'organismo…" pur non essendo "…
chiaro se alti livelli di PFAS siano correlati ad una maggiore
probabilità di incorrere nell'insorgenza di patologie croniche”. Dai
dati della letteratura appena citati, si comprenderà che, qualora si
volesse prevenire il rischio dell'insorgenza di una o delle patologie
segnalate nello stesso allegato B alla DGR 851/2017, si dovrebbe
consigliare la plasmaferesi a tutta la popolazione veneta, compreso chi
scrive, i componenti della Giunta Regionale e il 99% dei lettori di
questa lettera. Infatti, non sono stati individuati nel corso del
biomonitoraggio esplorativo su un campione rappresentativo di oltre 600
cittadini veneti [5], individui con meno di 0,32 ng/ml di PFOA, nemmeno
in quelli residenti nelle zone non “contaminate” e considerati “non
esposti”.
Del resto nemmeno la Giunta Regionale, e verosimilmente nemmeno i
tecnici che hanno fornito assistenza nella stesura della DGR, hanno
chiari gli obiettivi dello studio se si arriva a dichiarare che [1]
“…il percorso andrà esaminato secondo l'andamento dei livelli di PFOA
per decidere eventuali modifiche allo schema previsto, essendo
necessario valutare la risposta dei soggetti, quindi non è a priori
definibile il numero complessivo di procedure/paziente.”Affermazioni
così vaghe sono tipiche di quegli studi sperimentali nei quali una
procedura o un trattamento sono applicati per la prima volta.
In conclusione, io ritengo che sia stata una grave scorrettezza
iniziare un trattamento siffatto senza prima sottoporre il piano ad uno o
più comitati etici.
A quanto pare anche il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità
Walter Ricciardi, medico, ha le nostre stesse perplessità, se è vero che
nel corso dell’audizione in Parlamento lo scorso 14 novembre avrebbe
dichiarato che la plasmaferesi “…è un intervento invasivo per rimuovere
sostanze tossiche dall’organismo. Al momento non ha evidenze
scientifiche e riteniamo che sottoporre delle persone a tale trattamento
esponga anche a rischi medico-legali». Al momento in cui scrivo non è
disponibile il resoconto stenografico dell’audizione che attendo con
vivo interesse di poter leggere.
Ora mi aspetto, però, che il presidente dell’ISS, che, ricordiamo, è
il braccio tecnico-scientifico del Ministero della Salute, e il
ministro Lorenzin intervengano immediatamente per far cessare questo
scempio scientifico-sanitario e l’inappropriato utilizzo di risorse
pubbliche. Forse ci sono anche gli estremi perché intervenga anche la
magistratura per prevenire “i rischi medico-legali” non meglio
precisati. Chi volesse approfondire i vari aspetti della plasmaferesi
può scaricare da quiApre in una nuova finestra
l’ottima presentazione dell’amico Francesco Bertola, tenuta al recente
convegno organizzato il 28 ottobre u.s. a Lonigo dagli Ordini dei Medici
di VI e VR, con il quale abbiamo condiviso dubbi e perplessità sulla
plasmaferesi applicata ai PFAS. E questo è avvenuto ben prima che si
svegliasse l’ISS che, ancora una volta, su questa grave problematica
segue a ruota.
Riferimenti bibliografici
Signor Sindaco Luca Restello, durante l’audizione presso la
commissione parlamentare bicamerale lei ha rilasciato alcune importanti
dichiarazioni, fra le quali: “Avendo 50 anni, ho bevuto questa acqua per
50 anni, quindi, certamente, sono una persona molto contaminata.
Tuttavia, la cosa che mi rammarica di più – faccio un discorso da
cittadino, più che da sindaco – è che durante questo tempo ho anche
avvelenato i miei figli perché, credendo alle parole dei sindaci, ho
sempre fatto loro bere acqua dal rubinetto; oggi, invece, scopriamo che
quest'acqua non era idonea alla nostra salute. In tal senso, sono quindi
particolarmente adirato. Qualcuno mi ha accusato di essere un sindaco
allarmista solo perché ho cercato di ottenere risposte, che a tutt'oggi
non ho ancora avuto…”.[1]
Innanzitutto voglio che riceva tutta la mia solidarietà come si confà
a persone civili avvelenate. Sì, perché anche io, come almeno il 99%
della popolazione dei paesi “civili” e industrializzati, sono avvelenato
da PFAS. Forse un po’ meno di lei, non vivendo nella zona rossa, ma pur
sempre avvelenato da queste sostanze artificiali.
Dopo questa triste constatazione vengo al dunque della mia missiva.
Nell’ atto di significazione e diffida [2], firmato anche da alcuni
suoi colleghi e inviata ai rappresentanti di varie istituzioni e
addirittura al Papa, lei e altri sindaci invitavate le e istituzioni a
“…prendere misure urgenti quali la chiusura immediata di tutti gli
scarichi inquinanti per prevenire danni gravi alla salute dei
cittadini, a dichiarare il disastro ambientale, a rimuovere la fonte
della contaminazione principale, a ridurre da 500 a 100 ng/l la quantità
di PFAS tollerati.”
Da quanto riportato nel suo atto di diffida, si evince che lei e gli
altri suoi colleghi ritenevate, e probabilmente continuate a ritenere,
che un livello di 100 ng/L sia tollerabile. Addirittura ritenete, forse,
sbagliando, che tali livelli possano essere protettivi per la salute
umana.
Poiché i livelli di PFAS totali nel Comune di Lonigo di cui lei è
sindaco, e probabilmente negli altri comuni amministrati dai suoi
colleghi, il livello di 100 ng/l di PFAS totali è da sempre superato, io
ne deduco che lei ha continuato a fornire ai suoi figli e ai suoi
concittadini acqua avvelenata.
Io, e penso i suoi concittadini, sono molto curioso di sapere se:
Lei considera l’acqua che sta rifornendo ai suoi concittadini non più avvelenata?
Fino a quando l’ha considerata avvelenata? Forse fino al giorno della sua elezione?
Quando ha scoperto che l’acqua del suo comune era avvelenata, che acqua ha fatto bere ai suoi figli?
Da quando non considera più avvelenata l’acqua che fa bere ai suoi
figli? (domenica prima ottobre, nel teatro della sua città ha dichiarato
pubblicamente che lei e la sua famiglia bevete l’acqua del rubinetto)
Quanti suoi concittadini pensa che credano alle sue parole? A
differenza di lei che è ben informato sulla pericolosità delle PFAS, i
suoi predecessori (tranne l’ultimo) probabilmente non erano informati su
tali contaminanti e, pertanto, non possono essere considerati
corresponsabili dell’avvelenamento.
Proprio oggi, la Giunta della Regione Veneto presieduta dal suo
collega di partito e presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha
deliberato sui “nuovi limiti” per l’acqua potabile, fissati come lei ben
sa a 340 ng/L nella zona rossa e 390 ng/litro altrove, ma lasciando
inalterati i limiti ben più alti precedentemente consigliati per quanto
riguarda gli usi zootecnici. [3]
È sotto gli occhi di tutti, pertanto, che il suo collega di partito
Luca Zaia non ha tenuto minimamente conto delle richieste sue e degli
altri sindaci. Mi auguro, quindi, che lei e i suoi colleghi firmatari
della diffida, per coerenza, avendolo promesso ufficialmente, abbiate
iniziato, a valutare “…la necessità di adottare un’ordinanza restrittiva
dell'uso dell'acqua, per tutelare la salute pubblica e l’intera filiera
agricola, gravemente compromessi dalla presente contaminazione da
agenti chimici, ut supra, e da eventuali ritardi dei provvedimenti
richiesti da parte degli enti preposti.”
Con la speranza lei emetta la sua ordinanza al più presto, le invio i
miei più cordiali saluti e il consiglio di non bere acqua contaminata
né mangiare alimentati possibilmente contaminati, pena il perpetuarsi
dell’avvelenamento. [1] Commissione parlamentare di
inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti,
«Resoconto stenografico Seduta n. 100 di Lunedì 16 maggio 2016». [In
linea]. Available at:
http://www.camera.it/leg17/1058?idLegislatura=17&tipologia=audiz2&sottotipologia=audizione&anno=2016&mese=05&giorno=16&idCommissione=39&numero=0100&file=indice_stenografico.
[Consultato: 31-ago-2017]. [2] «Atto di significazione e
diffida Città di Lonigo - PF AS», 03-set-2017. [In linea]. Available at:
http://www.comune.lonigo.vi.it/files/Bandi_avvisi/PFAS/Diffida_Enti_28_02_17-per_pubblicazione_sul_sito.pdf.
[Consultato: 31-ago-2017]. [3] «Regione Veneto - Comunicato
n.1323 - PFAS. GIUNTA REGIONALE DELIBERA I LIMITI PIU’ RESTRITTIVI
D’EUROPA E STANZIA 1,2 MILIONI DI EURO PER POTENZIARE I FILTRI NEGLI
ACQUEDOTTI.» .
Riceviamo
dal dottor Giovanni Fazio di Cillsa : Il dott. Vincenzo Cordiano ha
scritto un documento estremamente interessante di cui dovrebbero tenere
conto non solo coloro che sono preposti alla tutela della salute dei
cittadini, ma anche chi governa, dai comuni, al Consiglio e alla Giunta
Regionale e gli stessi istituti nazionali come l'ISS (Istituto Superiore
di Sanità) e il Ministero che hanno stabilito dei limiti di tolleranza
per l'acqua potabile di 2030 nanogrammi/litro,
laddove in Germania è proibito superare i 100 nanogrammi e negli USA si
va dai 20 nanogrammi del Vermont ai 14 nanogrammi del New Jersey.
Queste cose i cittadini devono saperle e devono chiedersi come mai in
Italia nell'acqua potabile sia consentita una quantità di PFAS più di
200 volte di qella consentita negli USA. La pubblicazione di
Vincenzo Cordiano, che è completa per quanto riguarda le nostre
conoscenze in merito a questi inquinanti, ha un carattere scientifico e
non divulgativo, tuttavia la maggior parte delle persone potrà leggerla
con una certa facilità, arricchendo il propprio vocabolario di qualche
termine scientifico. Ringraziamo il Dott Cordiano per questa importantissima monografia che nessuno da ora in poi potrà fingere di ignorare.
Terra ambiente ecosistemi paesaggio infrastrutture legalità energia
domenica 6 novembre 2016
Pfas, l'Isde rilancia sulla criticità della situazione del Veneto
«Un centinaio di persone ha stipato nella mattinata di sabato 28 ottobre
2016 l'aula magna della sede dell'Ordine provinciale dei medici di
Vicenza, che ha ospitato la prima edizione della giornata medica
vicentina dedicata agli interferenti endocrini e ai composti
perfluoroalchilici, più noti come Pfas». Sono queste le prime parole di una lunga nota pubblicata ieri
dal dottor Vincenzo Cordiano (in foto), responsabile provinciale per
Vicenza di Isde-Medici dell'ambiente. Nei fatti il dispaccio diramato
ieri dall'Isde costituisce un nuovo capitolo della interminabile
querelle cui il mondo ambientalista veneto e nazionale ha dato vita in
risposta alle lacune che gli stessi ambientalisti attribuiscono alla
Regione Veneto, accusata di avere tenuto nella vicenda Pfas (i Pfas sono
i temuti derivati del fluoro), un comportamento inadeguato, al limite
dell'omissivo.
Non è un caso infatti che proprio la Regione Veneto il giorno 28 ottobre, la data scelta da Isde per il suo convegno, aveva diramato un comunicato in cui si annunciava uno studio nel quale si minimizzavano gli allarmi lanciati da Isde ed Enea
in relazione ad un presunto aumento di determinate patologie nel Veneto
centrale.
Dopo la mossa della Regione però la polemica è divampata ancora una
volta. I motivi sono principalmente due. Da una parte l'amministrazione
capitanata dal leghista Luca Zaia, è stata messa nel mirino per non
avere reso pubblico lo studio che sostanziava gli assunti contenuti nel
comunicato, ripresi ampiamente sulla stampa. Dall'altra l'esecutivo
veneto è stato infilzato immediatamente dalla galassia ecologista, ma
non solo da quella, per aver tralasciato, almeno in prima battuta,
l'incidenza sulla salute dei Pfas, anche per patologie gravi ma non
cancerogene.
Frattanto però fra gli addetti ai lavori, ma anche tra le persone maggiormente interessate, sta circolando un approfondimento
pubblicato sul bollettino dell'università americana di Harvard, una
delle più prestigiose al mondo. L'articolo, che accende i riflettori
sulla pervasività dell'inquinamento dei derivati del fluoro negli Usa,
mette in correlazione diretta «l'alto livello di composti fluorinati»
con cancro e disfunzioni ormonali.
Da circa due settimane non funziona il link
che portava al "fascicolo sull'incidenza dei tumori nell'ULSS5" sul
sito del registro tumori del veneto (RTV) mentre è rimasto funzionante quello relativo all'ULSS6-sud.
Non sarà mica che avranno deciso di di accogliere le osservazioni degli
esperti ISDE che abbiamo manifestato con una lettera al professor
Rugge, Direttore del RTV, ?
E a distanza di 6 mesi, ancora non si sono decisi a riparare i link
ai documenti e alle registrazioni della conferenza stampa del 20 aprile
che annuncia i risultati del biomonitoraggio. Non sarà che avranno
deciso di togliere i documenti dopo le critiche e le osservazioni al
biomonitoraggio che ho fatto qui.
Scommettiamo che almeno il link ai dati dell'ULSS5 riappariranno
miracolosamente dopo la conferenza stampa di domani in cui si annuncerà
quanto già si sa da aprile, cioè che nel regno dei pfas addirittura i
tumori so odi meno che altrove?
Il New Jersey abbassa i livelli massimi di PFOA nelle acque potabili a
14 ng/litro: continua la corsa al ribasso, ma non in Italia
Nel
maggio di quest'anno l'EPA (Environment Protection Agency), l'equivalente del
nostro ministero per l'ambiente, abbassò le concentrazioni massime permesse
nell'acqua potabile di PFOA e PFOS a 70 nanogrammi litro, dai precedenti 400
nanogrammi/litro per il PFOA e 200 ng/litro per il PFOS (ne ho già parlato qui).
In Veneto, ricordiamo, sono permessi 500 ng/L per il PFOA e 30 ng/L per il
PFOS.
Le
autorità del New jersey criticarono quella decisione, considerando i nuovi
limiti non sufficientemente protettivi per la salute umana, particolarmente per
le donne in gravidanza, i loro bambini durante la vita intrauterina e nei primi
anni di vita, le persone più anziane.
Le
critiche si basano sui risultati di recenti studi che dimostrano un aumentato
rischio di effetti tossici, anche per concentrazioni nell'acqua potabile e
negli alimenti inferiori a quelli precedentemente considerati “sicure”, per il
sistema immunitario, per le ossa in accrescimento, per il metabolismo glucidico
e lipidico, per lo sviluppo neurocognitivo del feto e dei bambini fino
all'ottavo-decimo anno di vita, nonché
per la crescita fetale.
Preso
atto dei risultati di questi studi pubblicati a partire dal 2008, un gruppo di
scienziati consulenti del governo del New Jersey, negli Stai Uniti, hanno
consigliato le autorità di quello stato di abbassare le concentrazioni massime
permesse nell'acqua a 14 ng/litro per il PFOA (link).
Secondo le autorità del New jersey, questi nuovi valori dovrebbero essere privi
di rischio di effetti tossici in caso di esposizione per tutta la vita ad acqua
potabile contaminata dal PFOA.
La
scelta dei governanti del New jersey di abbassare di cinque volte i livelli di
PFOA permessi nell'acqua potabile rispetto a quelli considerati
"sicuri" dall'EPA, suggerisce che, probabilmente, non vi sono
concentrazioni di PFOA nell'acqua potabile che possano essere considerate
"sicure" per la salute umana, particolarmente per alcune fasce più
sensibili della popolazione.
Recentemente,
gli scienziati vhe fanno parte della commissione tedesca per biomonitoraggio
umano, hanno anche loro rivisto gli studi più recenti della letteratura medica
sui PFAS, giungendo alla conclusione che le concentrazioni nel sangue di PFOA e
PFOS al di sotto delle quali è poco probabile la comparsa di effetti tossici
per la salute umana sono 2 ng/litro per il PFOA e 5 ng/litro per il PFOS (link).
Questi valori sono notevolmente
inferiori rispetto a quelli riscontrati sia negli Stati Uniti che in Veneto (ne
ho parlato qui)
nella popolazione non esposta ai PFAS presenti nell'acqua contaminata o negli
alimenti. Questo significa che
l’esposizione a questi composti attraverso l’acqua, gli alimenti e l’aria debba
cessare immediatamente, al fine di abbassare la quantità di PFO a e PFOSnel sangue.
Molto
interessanti sono le motivazioni con il quale il gruppo di scienziati tedeschi
motivano la loro decisione. "… Dopo una valutazione degli studi
epidemiologici umani completata nel maggio 2016, la commissione per il
biomonitoraggio umano ha giudicato che nelle seguenti aree sono ben
documentati, rilevanti e significativamente associati con l'esposizione al PFOA
e/o il PFOS gli effetti su:
1)
fertilità e gravidanza (gestosi gravidica, diabete della gravidanza, tempo di
attesa per la gravidanza superiore ad un anno);
2)
peso del neonato alla nascita;
3)
metabolismo dei grassi;
4)
sviluppo del sistema immunitario, efficacia dei vaccini;
5)
sviluppo ormonale, età comparsa della pubertà/menarca;
6)
metabolismo della tiroide;
7) comparsa
della menopausa."
Secondo
gli esperti della commissione tedesca, sebbene i meccanismi implicati nella
comparsa di tali effetti non siano stati ancora completamente delucidati,
"… La concordanza dei risultati degli studi animali e di questi
epidemiologici… Giustificano le nostre conclusioni in almeno due rispetti:
1)
Le analogie fra gli animali e gli studi epidemiologici umani potenziano la
possibilità che gli effetti tossici selezionati sono rilevanti (per esempio
produzione di anticorpi, peso alla nascita, epoca di comparsa della pubertà; 2)
recenti studi animali hanno anche osservato l'effetti per esposizione basse
dosi.”
Dal
momento che gli "esperti" dell'Istituto superiore di sanità italiano
hanno fissato
limiti per il PFOA (500 ng/litro ) di sette
volte superiori a quelli consigliati dall'EPA e di quasi 40 volte rispetto a
quelli del new jersey viene da pensare che questi nostri scienziati non sia una
conoscenza dei risultati degli studi più recenti cui fanno riferimento i loro
autorevoli colleghi americani e tedeschi. In alternativa, dovrebbero spiegare
alla comunità scientifica internazionale e alle popolazioni venete esposte i
motivi per cui non ritengono di dover condividere le conclusioni cui sono
giunti i loro colleghi in Germania e negli Stati Uniti.
Riceviamo dal dottor Vincenzo Cordiano e pubblichiamo
Lo studio del SER veneto (clicca qui per visualizzarlo)
condotto nei comuni ad alta contaminazione da PFAS, i 21 comuni veneti
più contaminati, a mio parere è importantissimo perché: 1) conferma per
filo e per segno lo studio di mortalità retrospettivo condotto da
ISDE-ENEA, e cui vi ho dato notizia in precedenza. Inoltre conferma un
eccesso di incidenza di ipercolesterolemia e ipotiroidismo, condizioni
che classicamente sono state associate ai PFAS. E mi suscita alcune
perplessità l’affermazione dell’estensore che esclude a priori un ruolo
dei pfas nell’eziopatogenesi di queste patologie multifattoriali. Senza
apportare alcun dato scientifico che corrobori tale affermazioni. Il
dottor Saugo non è noto per essere un esperto di pFAS e non mi risulta
che se ne sia mai interessato prima del 2013.
2) Sempre a mio parere i risultati di questo studio rendono
non necessario il previsto screening di 110.000 persone per i prossimi
dieci anni. con una spesa preventivata di 1,5 miliardi di euro. I dati
già ci sono. A meno che non vengano determinati anche anche i pfas nel
sangue, cosa che, al momento, non sembra essere prevista.
3) è gravissimo che nessuno dei sindaci interessati non abbia sentito il bisogno di chiedere lumi agli autori del studio
Vorrei precisare che lo screening sanitario previsto, che pur noi
medici di ISDE Vicenza abbiamo chiesto fino dall'estate 2013, ha senso
SOLO se associato alla determinazione dei PFAS nel sangue dei singoli
soggetti residenti nelle zone più contaminate e in un campione di
controllo molto più numeroso di quello finora usato. Solo se saranno
disponibili i dati relativi alle quantità di pfas presenti nel sangue
dei singoli soggetti. si potrà trarre qualche confusione di un certo
valore significativo sul ruolo dei PFAS nel determinare o meno una
eventuale patologia riscontrata nel soggetto anonimato. Oltre a rendere
un servizio di inestimabile valore alla comunità scientifica
internazionale che potrà avere un altro contributo con il quale
giudicare la pericolosità di queste sostanze. Altrimenti saranno solo
soldi buttai al vento e resterà il dubbio, insinuato anche dall'autore
dello studio del SER, che tali anomalie possano essere causate dai
"soliti fattori di rischio già noti" e dai fantomatici stili di vita. I
quali non is capisce perché da oltre 40 anni si siano annidati e
concentrati in una determinata area, la zona "rosa" più contaminata dai
pfas, e non in altre zone vicine. Voci di corridoio dicono che i PFAS
nel sangue saranno cercati, ma dai documenti ufficiali ciò non si
ricava. SI parla solo di non meglio definiti "esami di secondo livello"
da effettuare qualora si verifichino determinate condizioni (quali?).
Aspettiamo di vedere il protocollo definitivo del programma decennale di
monitoraggio della popolazione esposta alla contaminazione da PFAS. Poi
ci sarebbe da chiedersi perché i politici hanno deciso di sottoporre ad
un monitoraggio accurato la popolazione esposta ai PFAS a spese del
contribuente e non altre popolazioni ugualmente esposte a sostanze
probabilmente più tossiche dei PFAs: per esempio i cittadini che vivono
in vicinanza degli inceneritori di Schio o di Padova (e di tutti gli
altri inceneritori più o meno nascosti del Veneto: cementifici di
Monselice,, inceneritori interni alle industrie chimiche ecc), o quelli
che risiedono attorno alle discariche, o quelli che vivono attorno al
lago di Garda contaminato dalle diossina, o i milioni di cittadini
veneti che respirano da decenni aria fra la più inquinata al mondo. I
pFAS oggi sono di moda e un monitoraggio più o meno ben fatto potrebbe
essere usato per nascondere colpe passate di politici e amministratori
che avrebbero dovuto controllare e forse non l'hanno fatto, accontentare
la popolazione che potrà farse delle analisi gratis e raccogliere
qualche voto alle prossime elezioni.. VIncenzo Cordiano
Children from Hoosick Falls, where the water
supply was contaminated with the chemical PFOA, hold signs with their
blood contamination levels.
@PFOAPROJECTNY1
Listen
Listening...
3:28
The
New York State Senate is expected to soon announce a date for a hearing
on how the Cuomo administration handled drinking water contamination in
Hoosick Falls. It comes as new studies out this week show more harmful
effects from exposure to the chemical PFOA, on mothers and their
children.
The four studies — some done by Harvard researchers and
published in leading journals — look at a class of human-made
substances known as highly fluorinated chemicals. They include
perfluorooctanoic acid, or PFOA, used in the manufacture of nonstick
coatings on pots and pans as well as fabric protectors. PFOA was found
in water in Hoosick Falls and other towns in eastern New York.
“These
chemicals have some of the strongest bonds in the periodic table, and
they basically never break down, so they stay around for millions of
years,” said Arlene Blum with the University of California,
Berkeley-based Green Science Policy Institute.
Blum said several types of cancer, high cholesterol and obesity are all associated with exposure to the substances.
Two
papers by Harvard researcher Philippe Grandjean look at the effects of
PFOA on the immune systems of children. He found that very young
children exposed to the chemical have a reduced immune response to
vaccinations. He also found that as the children grew older, they had
other problems as well, including more colds and stomach upsets.
The
other study found that women with high levels of PFOA in their blood
could not breastfeed as long as women without high levels, indicating
some kind of hormonal disturbance.
The problems experienced in
Hoosick Falls — where many residents have been found to have high levels
of PFOA in their blood, likely from nearby manufacturing plants —
appear to be just the tip of the iceberg.
Similar highly
fluorinated chemicals are contained in flame retardants at airports and
on military bases. They are used in trainings, and another study found
the runoff can end up in the water supply.
Blum said one
immediate way to curb the chemicals is to use some other substance for
trainings and save the actual chemicals for when there’s a real need.
“If there’s a fire, perhaps we really need these chemicals,” she said. “They should not be used for practices.”
A
fourth study looked at EPA tests of two-thirds of the drinking water
systems in the United States and found the drinking water of 6 million
people has levels of highly fluorinated chemicals that are above the
current EPA limits.
Blum said if the EPA lowers its limits of
acceptable levels of PFOA and related chemicals, as many scientists have
urged, then as many as 16.5 million people could be drinking
potentially contaminated water.
She said there is a solution, though: Find other water sources that have not yet been contaminated by chemicals.
Luca Fiorin. A Roma, stando a quanto afferma un medico
ecologista, si sapeva della presenza nelle acque della nostra regione,
delle sostanze perfluoro-alchiliche già nel 2000. Ovvero, ben 13 anni
prima che la contaminazione di cui è vittima un'ampia area posta fra le
provincie di Verona, Vicenza e Padova diventasse, in seguito a controlli
effettuati entro il 2013 su indicazione dell'Unione Europea, un caso di
interesse pubblico. Un caso così rilevante che dal prossimo novembre
darà vita allo screening sulla salute della popolazione più esteso al
mondo, per lo meno fra quelli sinora attuati per casi di questo tipo. Un
controllo vastissimo, che riguarderà anche 72mila cittadini in
provincia di Verona.
LA DENUNCIA. Secondo Vincenzo Cordiano, medico dell'Ulss che opera a
Valdagno, nel vicentino, che è presidente dell'associazione dei medici
per l'ambiente Isde di Vicenza, «l'affermazione, ripetuta da diversi
funzionari regionali e dalle Ulss, secondo la quale nessuno in Veneto
era a conoscenza della presenza dei Pfas prima dell'estate del 2013, è
inverosimile».
Cordiano, infatti, spiega che tali dichiarazioni «sono smentite da un
documento dell'Epa, grosso modo l'equivalente statunitense del
ministero per l'Ambiente italiano, che è stato inviato ancora il 16
maggio del 2000 dal dottor Charles Auer, allora direttore di un
dipartimento dell'ente americano, a un gruppo di studiosi e ricercatori
di varie nazionalità, di cui almeno due erano in carica all'Istituto
superiore di Sanità (Iss)».
L'istituto svolge la funzione di consulente del Governo e della
Regione su questo argomento. «Con tale messaggio», continua il medico,
«Auer informava della decisione della 3M, l'unica azienda produttrice
negli Usa di uno dei componenti appartenenti alla famiglia dei Pfas,
quello considerato maggiormente pericolosi, cioè il Pfos, di sospendere
la produzione sia di esso che di un altro composto diffuso in Veneto, il
Pfoa, ed affermava chiaramente che in altri Paesi, Italia compresa,
esistevano produttori di Pfas». I DUBBI. Il documento è tuttora disponibile su un
sito internazionale dedicato alle industrie chimiche. «Personalmente»,
afferma ancora Cordiano, «non conosco il ruolo che svolgevano nel 2000 i
destinatari dell'email dell'Istituto superiore di sanità, ne se sono
state intraprese iniziative per indurre le uniche due aziende italiane
produttrici di Pfas (la Solvay di Spinetta Marengo, Alessandria, e la
Miteni di Trissino, Vicenza) a sospendere la produzione di sostanze che
già allora Auer definiva come altamente persistenti nell'ambiente e con
una forte tendenza ad accumularsi nel sangue e nei tessuti animali,
tanto da poter esporre ad un rischio per la salute umana».
«Quello che invece so», aggiunge il medico, «è che l'azienda Miteni
ha continuato a produrre Pfos e Pfoa almeno fino al 2011, anche se,
secondo le dichiarazioni rilasciate dall'amministratore delegato della
Miteni, e da quanto è riportato nel sito dell'azienda, risulta che la
ditta ha presentato già nel 2011 al ministero dell'Ambiente i dati sulla
produzione di Pfas e che su questo si è confrontata con l'Istituo
superiore della sanità, in occasione di congressi internazionali,
arrivando nel 2008 a condividere una valutazione dei rischi». LE DOMANDE. «Sarebbe interessante sapere se il
mancato intervento dei ministeri, per oltre 10 anni, sia stato
influenzato dalla collaborazione costruttiva della Miteni o se l'azienda
di Trissino abbia sponsorizzato convegni, eventi o iniziative alle
quali hanno partecipato ricercatori o altri funzionari dell'Istituto
superiore di Sanità o di altre istituzioni o ministeri italiani»,
afferma Cordiano. «In altre parole», si interroga il medico, «in cosa si
è concretizzato il contributo all'Iss della Miteni, ed essa ha mai
informato i dirigenti delle Ulss e della Regione Veneto della possibile
pericolosità dei suoi prodotti ed ha mai cercato di condividere il
rischio con la popolazione che ne era esposta?» ESAMI E POLEMICHE. In questi giorni, intanto, si è
saputo che si è conclusa la seconda fase del biomonitoraggio che era
stato avviato su un campione di cittadini del Basso Vicentino per
accertare la presenza di Pfas nel loro sangue. Un controllo i cui primi
risultati, che hanno attestato che tale situazione è concretamente
esistente, hanno fatto sì che la Regione Veneto abbia poi deciso di
controllare lo stato di salute di tutta la popolazione potenzialmente a
rischio. In questo secondo stadio della verifica sono stati inseriti
anche i dati di analisi effettuati m provincia di Verona. Intanto,
mentre sul fronte veronese da qualche tempo tutto tace, il sindaco di
Vicenza, Achille Variati, critica la contrapposizione che continua a
persistere fra il ministero dell'Ambiente e la Regione in merito
all'inquinamento da sostanze perfluoro-alchiliche e propone di unire le
forze per garantire un approvvigionamento sicuro degli acquedotti.
L’Arena – 10 agosto 2016
70 ng/litro: questi i nuovi limiti americani per PFOA più PFOS
L'EPA (Environment Protection Agency, l'agenzia per la proezione dell'ambiente) ha rilasciato i nuovi limiti aggiornandoli a 70 ng/litro per la somma di PFOA e PFOS. I limti precedenti erano 200 ng/l per il PFOS e 400 ng/l per il PFOA.
L'aggionamento al ribasso è la conseguenza della pubblicazione dei
risultati di alcuni studi che hanno valutato la tossicità evolutiva
(developmental toxicity) nei topi. Questi risultati dimostrano che
negli animali possono comparire anomalie dello svliluppo osseo e del
sistema immunitario nei topini esposti durnante la gravidanza a
concentrazioni molto più basse di quelle considerate in studi
precedenti.
Pertanto, per protegggere le fasce più sensibiili (neonati e donne
gravide) agli effetti tossici si stabiliscono questi nuovi limiti, che
tuttavia non hanno valore come limiti di legge.
In base a questi nuovi limiti anche la dose massima tollerabile
giornaliera o Rfd( reference dose o dose di riferiment) come la chiamano
in USA è di 20 ng/kg. Cioè un bmabino di 10 kg non dovrebbe superare
la dose massima di PFOA e PFOS di 200 ng al giorno, che è la quantità
totale di PFOA e PFOS che entra nel corpo per ingestione di acqua e
alimenti e per inspirazione di aria inquainata),
Chi volesse studiarsi tutto il papiro in inglese del processo decisonale
che ha aggiornato i limti americani può scaricarsi i documenti sul sito EPA.
Ricordo che in alcuni stati i limiti per il PFOA sono ancora più bassi; 40 ng/l nel New Jersey e 20 ng/l nel Vermont.
Che considerazioni si possono fare?
La prima è che i limiti non hanno alcun valore ai fini della protezione della slaute umana.
I limiti sono arbitrari e variabili secondo il progredire delle
conoscenze e la coìvolontà politica di soddisfare gli interessi di
potentati economici.
La seconda è che finalmente si considerano gli effetti tossici congiunti di PFOA e PFOS.
Tuttavia l'EPA non fornisce alcun parere su tutti gli altri PFAS in
quanto non si hanno studi a sufficienza siu queste molecole. A parte il
fatto che questi studi ci sono, ciò significa che noi stiamo bevendo
acqua e mangiando alimenti contenenti molecole la cui tossicità è
sconosciuta. E il fatto che non se conosca la tossicità non significa che non siano tossiche.
La terza è che in Veneto aumenta il numero di comuni la cui acqua potabile sarebbe "fuori legge" se si applicassero i limti americani.
E cosa diranno ora il capo della sanità veneta e i suoi giannizzeri che
stanno battendo a tappeto il territorio per spargere camionate di
tranquillanti sui cittadini preoccupati? Non potranno più dire che i limti veneti sono più bassi di quelli americani.
Infine le autorità mi dovranno spiegare perché in America pe rtutelarela
salute pubblica i limiti li risìducono sempre di più mentre in Italia
li aumentano, vedi post precedente.