venerdì 24 giugno 2016

Siamo stati in audizione a Roma presso la Commissione parlamentare di inchiesta sulle ecomafie !

Cari amici voglio condividere con voi quanto è accaduto a Roma nel corso della audizione alla commissione parlamentare:
Ci aspettavamo di essere liquidati dopo pochi minuti ed invece l' audizione ha avuto una durata superiore ai 40 minuti in cui abbiamo potuto esporre quanto avevamo scritto sul documento, ma anche molte altre cose non comprese nella sintesi scritta. Ci sono state parecchie domande sulla questione poste in particolar modo dalla senatrice Puppato ma anche dal senatore Bratti e da altri componenti la commissione stessa .
Abbiamo avuto modo di percepire che molte delle cose che abbiamo posto all'attenzione dei commissari non fossero da loro conosciute.
La conferma di ciò è arrivata nel pomeriggio quando Giorgio Zampetti ha avuto modo di interloquire con il Senatore Bratti
Credo che questo sia un passo importante per la nostra battaglia e vi voglio ringraziare tutti per il lavoro e la tenacia che sempre avete dimostrato.
Con affetto 
Piergiorgio
Questo il nostro lavoro inviato alla Commissione :  ALLA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLE ATTIVITÀ ILLECITE CONNESSE AL CICLO DEI RIFIUTI E SU ILLECITI AMBIENTALI AD ESSE CORRELATI
La situazione di inquinamento ambientale da sostanze perfluoroalchiliche in Veneto
Pregiatissimo Presidente Bratti,
Onorevoli componenti della Commissione,
1. Premessa
I temi sottoposti alla Commissione sono estremamente importanti e urgenti per il terriotorio veneto, dal momento che si tratta di problematiche, quelle connesse alla presenza nell'ambiente di sostanze perfluoro-alchiliche, tutt'altro che nuove e che risalgono alla fine degli anni '70. È infatti nel 1977 che viene alla luce il primo caso accertato di inquinamento da composti fluorurati, quando l'allora Rimar (Ricerche Marzotto ora Miteni S.p.A ) contamina le falde dei comuni di Creazzo, Sovizzo e Monteviale, costringendo i tre comuni all'abbandono delle loro fonti di approvvigionamento idrico per l'acqua potabile. Una interrogazione dell’Onorevole Edoardo Ronchi, discussa alla Camera dei Deputati nella seduta del 14 luglio 1988, faceva significativo riferimento a carichi di peci fluorurate (si tratta dei residui derivanti dal trattamento delle sostanze in discorso) smaltite dalla società Rimar Chimica S.p.A. (Ricerche Marzotto ora Miteni S.p.A.) nel 1987 attraverso la ditta di autotrasporti Cremonini F.lli s.n.c. di Affi (VR). Dalla docu-mentazione prodotta, allegata all'interrogazione, risultava che l’autotrasportatore veronese (privo di autoriz-zazioni idonee a svolgere tali attività) nell’estate del 1987 aveva recapitato due ingenti carichi di rifiuti tos-sici (uno di 134,2 tonnellate e l’altro di 18,3 tonnellate), provenienti dalla società Rimar appunto, presso il porto commerciale di Pisa. Carichi successivamente imbarcati sulla nave M/N Line (battente bandiere della Germania Federale) con destinazione a Port Koko in Nigeria. Risulterà in seguito che in quella località sa-ranno rinvenuti ingenti cumuli di rifiuti tossici abbandonati senza controllo nei pressi della costa.
Le sostanze perfluoralchiliche tornano di nuovo all'attenzione generale il 25.03.2013, quando il CNR de-nuncia, attraverso la pubblicazione di uno studio condotto nel bacino del Po, come nel bacino dell’Agno Fratta Gorzone, anche a monte dello scarico del Collettore Arica, si rilevassero concentrazioni di pfoa molto elevate, spesso superiori a 1000ng/litro. Valori che, come si evince dal rapporto dell'istituto, destavano una certa preoccupazione dal punto di vista ambientale. Cosi come destava ancora più preoccupazione, la concentrazione di queste sostanze nelle acque potabili campionate da punti di erogazione pubblica e privata, paventando un possibile rischio sanitario per le popolazioni che bevevano queste acque.
2. Problemi e criticità
1) A tutt’oggi, nonostante l’applicazione di filtri a carboni attivi da parte dei gestori degli acquedotti pubblici, queste sostanze vengono rilevate in maniera crescente man mano che si esaurisce il sistema di fil-traggio, con la necessità di ingenti interventi di manutenzione e cambio filtri che comportano, oltre ad una gestione particolarmente complessa del sistema, il dispendio di notevoli risorse economiche da parte dei ge-stori del servizio idrico. Elementi che evidenziano il carattere emergenziale della misura dei filtri che, anche secondo il parere dell’Istituto Superiore di Sanità, dovrebbe essere riservata al breve periodo, qualora non fosse praticabile l’adozione di approvvigionamenti alternativi. Alla data attuale, inoltre, ci sono ancora mi-surazioni di pfoa e pfos che superano in maniera consistente il valore di 100 ng/l, valore fissato dalle autorità tedesche quale obbiettivo di qualità a lungo termine (esposizione per tutta la vita) genericamente indicato per le sostanze non genotossiche. Ancora più preoccupanti sono le concentrazioni di pfas in molti pozzi privati adibiti anche all’uso umano nel territorio interessato, pozzi per i quali ad oggi non esiste ancora un mo-nitoraggio completo da parte degli enti preposti.
2) Mancano ancora indicazioni precise sull’uso delle acque superficiali contaminate destinate all'irriga-zione di colture agricole, né si è a conoscenza, al momento, di progetti per convogliare acque non contami-nate da utilizzare nel settore agricolo, per evitare ulteriore diffusione delle sostanze contaminanti.
3) Destano preoccupazione le quantità di pfas riscontrate all’uscita del Collettore Arica, ubicata nel fiume Fratta all’altezza Del Comune di Cologna Veneta (Vr) che, a detta del dottor Restaino di Arpa Veneto, si possono calcolare in 200 kg annui; misura, pari a circa 0,540 kg/giorno, che calcolata in ng/giorno (nano-grammi al giorno) giunge allo scioccante numero di 540 miliardi di ng/giorno. Anche in questo caso non è ancora stata posta in essere alcun tipo di ordinanza per evitare l’uso irriguo di tale corso d’acqua. Attual-mente l’unica “fonte di abbattimento” di queste sostanze in uscita dal collettore Arica, è rappresentata dall'immissione di una diramazione del canale irriguo LEB (Lessinio-Euganeo-Berico), situata poco più a valle dell’uscita del collettore stesso. Il canale, come da concessione, garantisce l'immissione di 6 mc/sec di acqua per 365 giorni all'anno senza interruzione e senza variazioni di portata (condizioni che spesso mettono in difficoltà gli altri usi idrici che dipendono dal canale stesso, soprattutto nei momenti di maggiore siccità in cui le portate si riducono). Si tratta, di fatto, di una diluizione dello scarico del collettore, che riduce i valori di concentrazione di pfas nel tratto di fiume a valle, non intervenendo però in nessun modo sui sopracitati quantitativi di sostanze scaricate nel corso d'acqua. Importante sottolineare, infine, che i cinque depuratori di: Trissino, Arzignano, Montecchio Maggiore, Montebello e Lonigo, che confluiscono nello stesso collettore, non sono in grado di trattenere le sostanze perfluoroalchiliche.
4) Mancano ancora dati precisi sulla contaminazione delle matrici alimentari, nonostante un primo studio posto in essere dalla Regione Veneto, dimostrava una contaminazione in almeno il 10% degli alimenti campionati su tutto il territorio esposto alla contaminazione da pfas. Studio che però, a detta dello stesso I-stituto superiore di sanità , deve essere integrato con ulteriori dati ed indagini. I risultati comunque sembre-rebbero evidenziare come le sostanze in questione siano entrate nella catena alimentare, con gravi conse-guenze anche per la salute umana. Nessuna indicazione però è giunta dagli enti preposti sulle eventuali pre-cauzioni da adottare nel caso di contaminazione.
5) Per quanto riguarda il biomonitoraggio umano, si è dimostrato che nei territori più esposti (i Comuni di Brendola, Sarego e Lonigo in provincia di Vicenza) le persone testate evidenziano elevate e preoccupanti concentrazioni di pfas nel sangue di gran lunga superiori rispetto alle persone testate al di fuori delle zone di controllo. Non si è a conoscenza, nemmeno in questo caso, di alcuna particolare indicazione di tipo pre-ventivo-sanitario, promanata dalle autorità competenti, a tutela della salute umana. Nessuna indicazione di carattere preventivo sanitario è stata inoltre offerta alle fasce più esposte della popolazione (anziani, malati donne incinte e bambini) nonostante la pluriennale esposizione all’inquinamento da sostanze perfluoroal-chiliche che tali categorie hanno certamente subito.
6) La regione Veneto ha annunciato una serie di iniziative volte al monitoraggio e allo screnning della popolazione esposta; azioni che comporteranno un notevole sforzo economico da parte dello Stato con ovvi riflessi anche sui cittadini in termine impositivi. Legambiente e il Coordinamento Acqua Libera dai Pfas ri-tengono invece sia più appropriata e molto meno dispendiosa una prima indagine conoscitiva utilizzando i dati già in possesso delle varie Ulss territorialmente coinvolte (dati di incidenza della malattie, registro tu-mori, registro decessi, ricoveri ospedalieri, ect.) per poi, eventualmente, effettuare un’indagine più appro-fondita sulle popolazioni che espongano tassi di incidenza di malattie legate all’esposizione ai pfas. A tal proposito si ricordi lo studio al quale hanno lavorato gli esperti dr.ssa Marina Mastrantonio, dr.ssa Raffaella Ucelli, dr. Paolo Screpanti di Enea e dal dr. Edoardo Bai, dr. Vincenzo Cordiano e dr. Paolo Crosignani di Isde e presentato a Roma il 5 maggio 2016. Elaborato, realizzato attingendo ad esigui fondi, che ha eviden-ziato i seguenti dati:
a) un eccesso di mortalità standardizzata per diabete mellito;
b) infarto acuto del miocardio, malattie cerebrovascolari, malattia di Alzheimer e cancro del rene nei comuni che nel 2013 avevano livelli di PFOS superiori a 30 ng/l
e/o PFAS totali >500 ng/L rispetto a quelli senza PFAS nella loro acqua potabile.
c) l'eccesso di mortalità varia dal 12 al 30% per le varie patologie e si conferma costante per tutto il periodo preso in considerazione, cioè 1980-2009, suggerendo che l'esposizione all'acqua contaminata da PFAS possa rappresentare un rischio ancora attuale per i residenti in un'ampia fascia del Veneto con una probabile incidenza di gravi patologie mediche nelle popolazioni esposte alla presenza dei perfluoroalchilici.
7) Con una indagine di questo tipo, si avrebbe anche un rilevante contenimento degli investimenti eco-nomici attualmente previsti dalla Regione per queste attività, favorendo, ad esempio, gli investimenti neces-sari alla sostituzione delle fonti di approvvigionamento idrico contaminate, sia per l’uso potabile che irriguo. Infatti appare poco utile controllare lo stato di salute delle popolazione esposte e allo stesso tempo lasciare che continuino ad alimentarsi con acque e cibi contaminati. Risparmio di investimenti che potrebbero essere destinati pure al finanziamento di studi e progetti di bonifica per la falda contaminata che, lo si ricorda, ri-sulta essere la più estesa del Paese.
8) Presenza sul territorio di aziende (ad esempio cartiere) che, per esigenze produttive, necessitano di importanti quantitativi d’acqua che viene prelevata da falde gravemente inquinate, e successivamente smal-tita senza essere sottoposta a trattamenti in grado di trattenere i perfluoroalchilici. Importante sottolineare inoltre che probabilmente l’inquinamento da pfas, anche a causa delle numerose discariche presenti sul terri-torio, è molto più esteso di quello finora rilevato (con particolare riferimento al territorio trevigiano).
9) Verosimile è l’utilizzo dei fanghi di depurazione quale ammendante agricolo (casi analoghi sono stati oggetto di indagini giudiziarie). Situazione, questa, che se accertata comproverebbe una ancora più estesa contaminazione da perfluoroalchilici e ben oltre le zone attualmente monitorate. Unica misura idonea appare a tal proposito il divieto di spargimento di tali sostanze in agricoltura.
3. Le azioni svolte da Legambiente e dal Coordinamento Acqua Libera dai Pfas
3.1 Iniziative giudiziarie
Nell’ottobre del 2014 Legambiente e Coordinamento Acqua Libera dai Pfas depositano alle Procure della Repubblica di Verona e Vicenza un esposto contro ignoti chiedendo agli organi inquirenti di verificare la sussistenza delle ipotesi delittuose di cui agli art. 434, 440 e 674 del C.P.; nello stesso esposto si chiede il sequestro preventivo ex art.321 c.p. degli impianti di scarico della Miteni, dei pozzi artesiani posti a valle dell’impianto e del collettore Arica in Cologna Veneta.
L’esposto è corredato da una relazione di consulenza tecnica redatta dal dr.Vincenzo Cordiano che attesta la pericolosità dell’esposizione ai pfas.
Nel marzo del 2016 Legambiente deposita alla Procura della Repubblica di Verona una seconda segnalazione chiedendo di valutare la sussistenza della nuova ipotesi introdotta dalla L.68/2015 di cui all’art. 452 quater c.p.
Tale azione giudiziaria è concertata con la società consortile a capitale pubblico Acque Veronesi s.c.a.r.l., società che gestisce il Servizio Idrico Integrato nella provincia di Verona, e con il Consorzio LEB, ente pub-blico avente come scopo la valorizzazione e razionalizzazione delle risorse idriche e comprensivo dei Con-sorzi di Bonifica Adige Euganeo, Alta Pianura Veneta e Bacchiglione.
3.2 Azioni dirette a fornire un quadro conoscitivo sulla vicenda
Il 25 Febbraio 2014 Legambiente organizza in Cologna Veneta (VR) un primo convegno dal Titolo “IN-QUINAMENTO DELLE FALDE ACQUIFERE DA PFAS. Durante tale convegno il Direttore di Arpav Vicenza dott. Vincenzo Restaino conferma l’allarme lanciato dall’associazione ambientalista sull’inquinamento da perfluoroalchilici descrivendo un inquinamento delle falde acquifere ultra decennale facendolo risalire almeno al 1977 data della prima contaminazione accertata da sostanze fluorurate.
Il 28 maggio 2014 nella sede del circolo Legambiente di Perla blu di Cologna Veneta si costituisce il Coor-dinamento Acqua libera dai Pfas, un coordinamento che ad oggi riunisce 15 tra gruppi e associazioni e semplici cittadini del territorio interessato dall’inquinamento da pfas.
Nel settembre dello stesso anno una delegazione del Coordinamento con il Presidente Regionale di Legam-biente Veneto Luigi Lazzaro incontra i vertici regionali Veneti di Ambiente e Sanità, presenti anche i vertici Arpav; scopo dell’incontro è capire a che punto sono le azioni di contrasto all’inquinamento messe in atto dalla Regione Veneto.
Il 26 febbraio 2015 Legambiente ed il Coordinamento Acqua Libera dei Pfas organizzano una seconda as-semblea pubblica a titolo “INQUINAMENTO DELLE FALDE ACQUIFERE DA PFAS A CHE PUNTO SIAMO”; nel corso del Convegno viene presentato uno” Studio preliminare sui possibili effetti sulla salute, dell’inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche nelle provincie di Padova Rovigo, Venezia, Vicenza e Verona” redatto dalla dr.ssa Marina Mastrantonio di Enea, dal dr. Edoardo Bai di Isde dal Dott.Vincenzo Cordiano di Isde e dal dr. Paolo Crosignani, già direttore della UO Complessa di Epidemiologia Ambientale e registro Tumori dell’Istituto Tumori di Milano.
Le conclusioni dello studio offrono dati fortemente indicativi di un rischio cancerogeno e di altre malattie per la popolazione esposta. Si rileva inoltre che, al di là della realizzazione di ulteriori studi, è necessario ridurre al minimo l’esposizione della popolazione mediante provvedimenti sull’acqua potabile e sulle emis-sioni in aria dell’azienda.
Il 2 ottobre 2015 Legambiente ed il Coordinamento incontrano il Dott. Adolfo Fiorio, Direttore del diparti-mento di Prevenzione (sian) dell’ULSS 5 di Arzignano; incontro richiesto dopo che le prime comunicazioni di tale ente fornivano ai detentori di pozzi privati un’errata indicazione rispetto ai limiti di perfomance adot-tati dalla Regione Veneto.
Nello stesso mese di ottobre Legambiente ed il Coordinamento Acqua Libera dai Pfas incontrano le rappre-sentanze sindacali della Miteni nel tentativo di coinvolgere gli stessi dipendenti nell’opera di sensibilizza-zione sul gravissimo problema dell’inquinamento da pfas.
Il 17 dicembre 2015 Legambiente ed il Coordinamento organizzano il terzo convegno in Cologna Veneta a titolo “INQUINAMENTO DELLE FALDE ACQUIFERE DA PFAS UN DISASTRO AMBIENTALE”. Nel corso dell’incontro vengono presentate le due petizioni con raccolta firme rivolte a tutti i cittadini ed indirizzate ai vertici Regionali e ai Ministeri di Ambiente e Sanità per richiedere l’allacciamento a fonti non contaminate degli acquedotti inquinati da pfas e la fissazione dei limiti di legge per la presenza dei perfluoroalchilici nelle acque di falda e di scarico, limiti da equiparare alle normative mondiali più restrittive attualmente in vigore.
Il 20 marzo 2016, due giorni prima della seduta straordinaria del Consiglio Regionale del Veneto avente all’ordine del giorno la “questione pfas”, Legambiente ed il Coordinamento inviano a tutti i consiglieri re-gionali una missiva recante una serie di richieste, che vengono chiamati a presentare direttamente durante la seduta consiglio. Le richieste della lettera sono:
a) avvio immediato di uno screening epidemiologico su tutta la popolazione interessata dalla contaminazione, affidando l’incarico a tecnici indipendenti come avvenuto negli Stati Uniti nell’analoga vicenda “ Dupont”;
b) avvio di un’indagine su di un ampio e rappresentativo campione di alimenti con immediata pubblicità delle risultanze al fine di preservare la salute dei cittadini delle zone colpite e di tutto il territorio nazionale;
c) sostituzione delle fonti di approvvigionamento idrico degli acquedotti contaminati;
d) attivazione della Regione Veneto al fine di un intervento deciso presso i Ministeri competenti affinchè fossero fissati dei limiti per Pfas nelle acque di falda. Limiti allineati ai più restrittivi vigenti in altre nazioni (ad esempio negli Stati Uniti il limite è di 70ng/L);
e) valutazione di richiedere lo stato di calamità ambientale;
f) adottare le opportune azioni giudiziali sia in sede civile che penale affinchè vengano individuati e perse-guiti i responsabili della grave compromissione ambientale e individuate ulteriori responsabilità negli enti di controllo;
g) costituzione di una commissione d’inchiesta in seno al Consiglio Regionale e di un tavolo di confronto con tutti gli enti pubblici e privati interessati al problema.
Il 14 maggio 2016 Legambiente ed il Coordinamento Acqua libera dai Pfas organizzano a Lonigo (VI) il quarto convegno sul problema Pfas dal titolo “LIBERIAMO LE NOSTRE ACQUE DAI PFAS - L’ACQUA E UN BENE PRIMARIO - CHI INQUINA PAGHI”; nell’occasione viene presentato lo Studio di Enea e Isde che, rafforzando in maniera decisa lo studio preliminare già presentato nel dicembre del 2015, conferma l’aumento di determinate patologie nella popolazione esposta alla contaminazione da pfas. Nello stesso convegno interverranno il Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Onorevole Barbara Degani e il Presidente di Coldiretti Veneto Martino Cerantola.
In questi tre anni Legambiente ed il Coordinamento Acqua libera dai Pfas sono intervenuti in decine di con-vegni, manifestazioni ed incontri sul tema confrontandosi spesso con le amministrazioni locali e con gli enti preposti alla salute e alla prevenzione pubblica. Nello stesso periodo è continuata ininterrottamente la cam-pagna informativa rivolta alla cittadinanza sulla portata gravissima della contaminazione.
4. Le proposte di Legambiente
Legambiente ed il Coordinamento Acqua Libera dai Pfas chiedono ai pregiatissimi Onorevoli di questa Commissione di attivarsi, per quanto di loro competenza, affinché:
1. nel territorio inquinato da sostanze perfluoroalchiliche le fonti di approvvigionamento degli acque-dotti contaminati vengano sostituite, individuando tempi, modalità e risorse economiche per attuare gli in-terventi necessari quanto prima;
2. vengano adottate iniziative di legge ed atti di indirizzo ai Ministeri competenti affinché nel nostro ordinamento vengano stabiliti dei limiti alla presenza di sostanze perfluoroalchiliche nelle acque, recependo limiti improntati al criterio di massima precauzione e le indicazioni derivanti dalle attuali normative interna-zionali maggiormente cautelative e stringenti;
A supporto di queste proposte ci sono oggi 10 mila firme di persone residenti nei territori interessati, che hanno aderito alla petizione di Legambiente e Coordinamento Acqua Libera dai Pfas.
Riteniamo inoltre prioritario:
3. costituire una commissione di indagine che approfondisca le cause e l'estensione dell'inquinamento nonché l'impatto sanitario dello stesso nella popolazione residente nelle zone interessate;
4. approvare mozioni di indirizzo al Governo e ai Ministeri competenti per l'adozione di un piano per il risanamento e la bonifica di tutta l'area compresa nel bacino dell'Agno – Fratta – Gorzone
5. dal punto di vista sanitario appare ineludibile uno studio sui lavoratori ed sugli ex lavoratori della so-cietà Miteni (probabile fonte dell’inquinamento in discorso): i primi esposti al rischio legato alla produzione di sostanze perfluoalchiliche.
6. occorre porre fine alla immissione nei corpi ricettori e, comunque, nelle acque di falda di queste so-stanze da parte dell’azienda Miteni Spa di Trissino (VI) che, giova ribadirlo, viene ritenuta da Arpav la prin-cipale fonte di inquinamento.
7. Accanto a ciò consegue la necessaria bonifica dei siti contaminati da parte della stessa azienda sulla base del principio “chi inquina paga”. Per la bonifica è prioritaria, a nostro avviso, l'individuazione di even-tuali sorgenti di contaminazione ancora presenti nel suolo e nel sottosuolo e un'accurata valutazione delle possibili soluzioni, alla luce delle difficoltà dettate dall'estensione della falda interessata e del territorio co-involto dalla contaminazione;
8. Sotto altro profilo appare stringente la necessità di potenziamento degli organi statali preposti al con-trollo e alla prevenzione sul territorio con adeguato censimento dei siti potenzialmente contaminati. Si tratta infatti di un territorio oltremodo negletto a causa del massiccio impatto inquinante derivante dal comparto chimico, industriale e conciario del bacino del Chiampo e da un’economia agricola di modello intensivo che utilizza abbondantemente prodotti fitofarmaci e fitosanitari.
9. Alla stregua del ricordato principio del “chi inquina paghi”, si chiede infine alle istituzioni regionali e dello Stato di dare mandato ai loro uffici legali affinché vengano intraprese, a fianco di Legambiente e del Coordinamento Acque Libere dai Pfas, le opportune azioni sia in sede civile che penale nei confronti dei responsabili.
Ringraziamo per l’attenzione che ci è stata concessa.
Roma 22 giugno 2016
Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto
Piergiorgio Boscagin, presidente del circolo di Legambiente Perla Blu di Cologna Veneta (Vr) e portavoce del Coordinamento Acqua Libera dai Pfas
Luca Tirapelle, presidente Centro di Azione Giuridica di Legambiente Veneto

domenica 19 giugno 2016

Ecoreati, approvata la riforma delle agenzie ambientali


  • Il secondo tassello per combattere i crimini ambientali

    Ecoreati, approvata la riforma delle agenzie ambientali

  • Le novità introdotte: ruolo centrale dell’Ispra, un sistema meno frammentato, omogeneità tra le branche regionali grazie ai Lepta e una banca dati comune a livello nazionale
Ecoreati, approvata la riforma delle agenzie ambientali

(Rinnovabili.it) – La Camera ha approvato con 354 voti a favore e l’astensione della Lega Nord la riforma del Sistema nazionale per la protezione dell’Ambiente e la disciplina dell’Ispra. Il provvedimento era fermo da due legislature a Montecitorio ed è importante per rafforzare il ddl ecoreati dello scorso maggio. Dopo che i crimini ambientali sono entrati nel codice penale, infatti, era più che mai necessario potenziare e migliorare il sistema dei controlli. Esprime soddisfazione il ministro dell’Ambiente Galletti: «Il nuovo testo rende finalmente uniformi sul territorio e omogenee sotto il profilo tecnico le attività di controllo sull’ambiente».
Tra le novità introdotte, oltre al ruolo centrale dell’Ispra, figurano i Livelli essenziali di prestazioni tecniche ambientali, i cosiddetti Lepta. Si tratta di una misura comune, un parametro di riferimento valido e vincolante per tutte le agenzie regionali. A redigerlo sarà l’Ispra con una cadenza di aggiornamento triennale e dovrà avere l’approvazione del ministero dell’Ambiente.
La riforma istituisce poi il Sistema informativo nazionale ambientale: una banca dati comune dove saranno convogliate tutte le informazioni in possesso delle branche regionali. Il sistema di monitoraggio e prevenzione contro i crimini ambientali cerca così di diventare meno frammentario e aumentare il grado di cooperazione tra le diverse parti del territorio.

Positivi anche i commenti provenienti da Legambiente, che auspica l’avvio di una riconversione ecologica del paese. E guarda ai prossimi passi ancora da compiere.
«Dopo la legge sulle agenzie ambientali – commenta Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente – ora il Parlamento approvi le altre riforme, attuabili in questa legislatura come ad esempio la legge sul consumo di suolo, quella sulle agromafie e i delitti contro gli animali, la norma per semplificare l’abbattimento degli ecomostri, la costituzione di una grande polizia ambientale strutturata sul territorio a partire dalle migliori esperienze maturate dall’Arma dei carabinieri e dal Corpo forestale dello Stato. Infine il rapido recepimento del pacchetto sull’economia circolare in discussione al parlamento europeo che sarà approvato nei prossimi mesi».

venerdì 17 giugno 2016

I percussori dei pfas presenti in falda ancora dal 1977

http://www.istitutoveneto.org/pdf/Vulnerab_Inquinamento_Falde.pdf 9 set 1977 ... Lorenzo Altissimo. Centro Idrico Novoledo srl ... RIMAR. Anno 1977. Creazzo. Sovizzo. Monteviale. Colli Berici pozzo acq.tto. NAD ..... Page 77 ...

giovedì 16 giugno 2016

Acqua, nucleare: cosa resta dei referendum, 5 anni dopo


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Acqua, nucleare: cosa resta dei referendum, 5 anni dopo Il 12 e 13 giugno 2011, ventisei milioni di italiani hanno votato "Sì" a tre quesiti relativi ai servizi pubblici locali, tariffa dei servizi idrici e generazione di energia elettrica. Nel 2016, il Governo prepara leggi che considerano residuale la gestione pubblica, e le maggiori utility continuano ad aggregarsi. La vittoria contro l'atomo ci ha fatto risparmiare almeno 20 miliardi di euro

di Luca Martinelli - 10 giugno 2016

Oltre ventisette milioni di cittadini italiani il 12 e 13 giugno del 2011 parteciparono a un referendum popolare, votando 4 quesiti. 25.935.372 dissero sì all’abrogazione di una norma volta ad obbligare le società che si occupano dei servizi pubblici locali ad affidare la gestione tramite gara a una società per azioni; 26.130.637 dissero sì a una modifica della tariffa del servizio idrico integrato, eliminando la componente “remunerazione del capitale investito”; 25.643.652 dissero sì all’abrogazione delle nuove norme che avrebbero consentito la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare; 25.736.273, infine, dissero sì all’abrogazione della norma relativa al “legittimo impedimento” del Presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri a comparire in udienza penale.

Tre dei quattro quesiti riguardavano, quindi, ambiente e diritti. E cinque anni dopo rispondiamo alla domanda “che cosa è successo?”. 

Acqua, il referendum tradito
Secondo Giulio Citroni, che insegna Scienza politica all’Università della Calabria, e da un dozzina di anni studia i processi di governance nei servizi pubblici locali, “il referendum del 2011 è stato forse in questi anni il punto di massima chiarezza e la fonte di massima stabilità normativa raggiungibile”, tanto che nel 2012 la Corte Costituzionale “emette una sentenza fondamentale, che stabilisce che i tentativi di reintrodurre l’obbligo di gara sono anticostituzionali perché contradicono lo spirito e la lettera del referendum” (“Dismissioni! E poi?”, Guerini e associati, 2016). Chi ha votato il 12 e 13 giugno 2011, sostiene Citroni, lo ha fatto in modo non equivoco “contro l’obbligo di privatizzazione, contro la messa a profitto della gestione dei servizi idrici”.

Cinque anni dopo, non è cambiato (quasi) niente. Anzi, a livello governativo si assiste allo stravolgimento della legge per la ri-pubblicizzazione dell'acqua: il testo nato dalla proposta di iniziativa popolare del 2007 è stato approvato alla Camera, il 20 aprile scorso, in una versione che ne stravolge profondamente i contenuti (qui la nostra analisi).

Ma non c’è solo questo: il Governo guidato da Matteo Renzi ha deciso di muoversi lungo una direzione contraria al referendum, soprattutto con i decreti attuativi della legge Madia sulla riforma della pubblica amministrazione, i cui obiettivi espliciti, riportati nella relazione di accompagnamento, sono “la riduzione della gestione pubblica ai soli casi di stretta necessità” e il “rafforzamento del ruolo dei soggetti privati”.

Negli stessi decreti attuativi, inoltre, ritorna la previsione -per i servizi a rete- di “adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nella composizione della tariffa: è l’esatta dicitura che oltre 26 milioni di cittadini avevano abrogato nel 2011.

Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, tra i promotori del referendum, è così oggi impegnato nella campagna "Stop Madia". Il nuovo Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, decreto legislativo attuativo dell'art. 19 della L. 124/2015 (Legge Madia), è passato all'esame del Consiglio di Stato e della Conferenza unificata Stato-Regioni, e verrà approvato in via definitiva -con tutta probabilità- entro la fine del mese di giugno.

Sullo sfondo, continuano i processi di aggregazione, che vedono protagoniste le società quotate in Borsa (la lombarda A2a, la emiliano-romagnola HERA, la ligure-piemontese IREN, la laziale ACEA): a inizio luglio, però, l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato dirà la sua sulla sostanzialmente fusione tra le multi-utilities A2a e LGH Group (società attiva nel lodigiano, nel cremonese e nel bresciano). La prima -di cui sono azionisti i Comuni di Milano e Brescia- potrebbe assumere una “posizione dominante”. La valutazione dell’Antitrust potrà offrire spunti importanti.            

Solo a Napoli, con l’esperienza di ABC, e la trasformazione di ARIN spa in soggetto di diritti pubblico, si è pienamente realizzato ciò che la volontà popolare aveva espresso nel 2011, ovvero -prendendo in prestito l’interpretazione della Corte Costituzionale- “rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua” (qui la storia di ABC Napoli, da Ae 172).

E qualcosa ha da insegnarci anche la vicenda romana, con le elezioni amministrative in corso: il Movimento 5 stelle ha paventato la possibilità di sostituire il management di ACEA, di cui il Campidoglio controlla il 51%; alcune società di analisti, però, sottolineano che un nuovo indirizzo alla politica industriale dell’azienda, prerogativa dell’azionista, potrebbe rappresentare un potenziale “pericolo” per gli altri azionisti, specie se questi interventi inseriscono in agenda temi come un aumento degli investimenti e una riduzione degli utili.

Nucleare, un risparmio di almeno 20 miliardi di euro
Cinque anni fa, ENEL aveva già individuato i siti in cui costruire quattro nuovi impianti nucleari, dal costo iniziale stimato di almeno 4,5 miliardi di euro: avrebbero dovuto consentire la generazione del 25% dell’energia elettrica prodotta ogni anno nel nostro Paese. Cantieri aperti nel 2013, si scriveva.

La vittoria dei “Sì” nel referendum, ha bloccato ogni investimento. E per fortuna, perché nel frattempo il mercato elettrico ha cambiato pelle. Basti pensare che le 4 nuove centrali nucleari avrebbero avuto una capacità complessiva di 6.400 Mw, mentre tra il 2013 e il 2014 le aziende proprietarie di centrali termoelettriche alimentate da carbone e gas naturale hanno chiesto la messa fuori esercizio, ovvero il distacco dalla rete, di una dozzina di impianti per una potenza complessiva di 7.788 Mw.

Anche ENEL -azienda quotata in Borsa, ma partecipata dallo Stato- si adattando al nuovo mercato elettrico: tra il 2015 e i primi mesi del 2016 ha diretto al ministero dello Sviluppo economico una richiesta di “messa fuori servizio esercizio” di 5 impianti, per una potenzia installata pari a 1.550 Mw, quasi quanto una centrale nucleare.

Che cosa è successo, nel frattempo? Nel 2009, l’anno in cui il governo iniziò a parlare di un ritorno al nucleare, il 74,8% dell’energia elettrica prodotta in Italia arriva da fonti non rinnovabili (gas naturale e carbone, su tutte); nel 2011, l’anno del referendum, la percentuale era scesa al 71,9%. Nel 2014 (ultimo dato aggregato disponibile), questa percentuale è scesa al 56,2%. A crescere sono state le fonti rinnovabili: +231,9% per l’eolico, +3294,6% per il fotovoltaico.

Nel 2008, inoltre, si stimava che tra il 2005 e il 2020 i consumi elettrici nel nostro Paese potessero crescere del 36,5%, fino a 423 Twh/anno. In realtà, i consumi sono cresciuti solo fino al 2007, e da allora sono scesi in termini assoluti del 10 per cento circa.

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martedì 14 giugno 2016

Emergenza Pfas nelle acque, i cittadini veneti dovranno pagare in bolletta i costi di depurazione

Emergenza Pfas nelle acque, i cittadini veneti dovranno pagare in bolletta i costi di depurazione

Emergenza Pfas nelle acque, i cittadini veneti dovranno pagare in bolletta i costi di depurazione
Ambiente & Veleni


Per distribuire nelle case acqua di rubinetto con livelli di sostanze perfluoro-alchiliche adeguati, i gestori del servizio idrico delle province di Verona, Vicenza e Padova devono sostenere investimenti rilevanti. Così le spese saranno addebitate ai consumatori

L’azienda inquina, i cittadini pagano. Nelle province venete colpite dall’emergenza Pfas nelle acque, gli utenti del servizio idrico saranno costretti a pagare di tasca propria i costi di depurazione e di monitoraggio degli inquinanti che secondo l’informativa Arpav dell’8 luglio 2013 sono riconducibili “prevalentemente allo scarico industriale della ditta Miteni spa”. La notizia è emersa nel corso dell’audizione del direttore generale dell’azienda Acque del Chiampo, Alberto Piccoli, di fronte alla Commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti. Per distribuire nelle case dei veneti acqua di rubinetto con livelli di sostanze perfluoro-alchiliche adeguati agli “obiettivi di performance” indicati dall’Istituto superiore di Sanità, i gestori del servizio idrico delle province di Verona, Vicenza e Padova devono sostenere investimenti rilevanti per l’abbattimento continuo dei Pfas con i filtri a carboni attivi e per le sofisticate analisi al nanogrammo sui microinquinanti. E le spese sostenute per le operazioni vengono scaricate in bolletta, che aumenterà di quasi il doppio in quanto i costi “potrebbero incidere per il 2 o 3 per cento della tariffa – ha spiegato al Parlamento il direttore dell’azienda Acque del Chiampo – che si attesterebbe non più al 4,5 per cento attuale, ma all’8 per cento”.
È così che la popolazione del Veneto avvelenata dalle sostanze perfluoro-alchiliche, in assenza di un responsabile individuato dalla magistratura, sarà costretta a pagarsi la depurazione dei pericolosi composti che negli ultimi trent’anni hanno provocato, secondo uno studio congiunto Enea-Isde, almeno 1260 morti in più di quelle attese. Nel luglio 2013 l’Arpav aveva indicato alla magistratura come fonte dell’inquinamento la ditta Miteni di Trìssino, che ha prodotto Pfas per quarant’anni nello stabilimento vicentino. Ma l’azienda non è mai stata indagata dalla Procura di Vicenza, che ha proceduto contro ignoti, e l’inchiesta è stata archiviata nel luglio 2014. “Abbiamo presentato una richiesta di risarcimento danni alla ditta che Arpav ritiene sia la principale, se non l’unica, fonte di contaminazione da Pfas – spiega alla Commissione rifiuti il gestore idrico della Valle del Chiampo – ma il 1 aprile 2016 Miteni respingeva fermamente le richieste avanzate, riservandosi addirittura di agire nei confronti della società per danno all’immagine”.
Gli investimenti complessivi del gestore Acque del Chiampo, che si aggirano intorno ai 2,4 milioni di euro (più 98 mila euro all’anno per la depurazione finché non verranno trovate fonti alternative) verranno così addebitati agli utenti in bolletta “salvo interventi straordinari”. A mitigare i costi a carico dei cittadini potrebbe intervenire lo stanziamento speciale chiesto dalla regione Veneto al governo, circa 100 milioni per “interventi strutturali” che verranno comunque sempre dalla contribuzione generale. Il Centro Veneto Servizi ad esempio, che gestisce il servizio idrico in 59 comuni tra le province di Padova e Vicenza (circa 250 mila persone), ha programmato interventi strutturali per 30 milioni di euro “per portare acqua non trattata dalle risorgive del Brenta verso la zona del montagnanese e ad alcuni comuni del vicentino”. Mentre Acque Vicentine e Acque Veronesi, le società che servono anche i capoluoghi di provincia Vicenza e Verona, hanno pianificato interventi rispettivamente per 2,3 e per 90 milioni di euro.
La città di Vicenza ha dovuto chiudere “il solo pozzo Scaligeri nella zona industriale ovest” mentre “per il resto – assicura il gestore – non c’è più nessuna contaminazione nella rete”.
Nel veronese invece si sta studiando una grande opera per far arrivare a 27 comuni acqua non contaminata “a est di Verona, con un’adduttrice fino a Madonna di Lonigo per circa 44 chilometri” proveniente dalla falda che rifornisce la città di Verona “dove distribuiamo – rassicura il dg di Acque Veronesi, Francesco Berton – acqua tal quale, un’acqua buonissima”. I quattro gestori del servizio idrico del Veneto hanno chiesto il risarcimento dei danni alla fabbrica Miteni, depositando perizie di consulenti idrogeologici. Intanto, il conto per la depurazione dell’acqua e il ripristino delle risorse idriche lo pagheranno gli avvelenati.

sabato 11 giugno 2016

Venite a firmare per i Referendum del Sociale e per l'acqua la petizione contro la legge Madia

Venite a firmare per i Referendum del Sociale e per l'acqua la petizione contro la legge Madia e sopratutto aiutateci! Utltimi giorni di raccolta firme! Grazie al super impegno di Donata Albiero e Titta Giovanni Fazio per tutti noi!
Si avvicina la scadenza della chiusura della campagna per la raccolta delle firme per i referendum.
Purtroppo, su alcuni, siamo indietro e rischiamo di non raggiungere l’obbiettivo delle 600.000 firme.
Tra questi quello sugli inceneritori (15 mega inceneritori nel Centro Sud e potenziamento dei 40 già funzionanti in tutto il paese. Un vero disastro cui tutti dovremmo ritenerci chiamati a far fronte.)
Ti chiedo pertanto un ultimo sforzo per dare slancio alla raccolta che, da noi (Ovest Vicentino), non è andata affatto male visto un concreto impegno di alcuni bravi partecipanti alla campagna che non si sono risparmiati. A loro va il nostro ringraziamento ma è ovvio che non possiamo puntare sempre sulle stesse persone, anche se, nemmeno questa volta si sono tirate indietro. Pertanto ti invitiamo a non lasciare passare senza una concreta risposta da parte tua questo che uno degli ultimi appelli.
Le scadenze in programma sono tre
VENERDI AL MERCATO DI MONTECCHIO 09-13
SABATO AL MERCATINO DI VALDAGNO 09-13
DOMENICA AL MERCATINO DI LONIGO PIAZZA GARIBALDI 09-12.30
TI CHIEDIAMO DI DARE RISCONTRO ALLLA PRESENTE IN OGNI CASO E, SE NE HAI LA POSSIBILITA’, DI INDICARCI ALMENO UNA DELLE SCADENZE CUI SEI IN GRADO DI PARTECIPARE.

A PRESTO DONATA
CiLLSA Cittadini per il Lavoro, la Legalità, la Salute e l'Ambiente .
Associazione aderente al Coordinamento veneto dei comitati per l'ambiente e al Nodo Triveneto per la decrescita
Pagina Facebook Cillsa, Blog http://www.jazzblueseindignazione.com/ http://donataalbiero.blogspot.it e mail cillsa4@gmail.com
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jazzblueseindignazione.com|Di Giovanni Fazio

Contaminazione da Pfas: i pericoli per la salute e le prime statistiche

vincenzo cordiano_isde_pfas_legambienteA seguito del biomonitoraggio eseguito dall’Istituto Superiore della Sanità su un campione di veneti, è appurato che sono potenzialmente 250.000 le persone contaminate da PFAS; 60.000 di queste presentano concentrazioni particolarmente alte e risiedono nella zona maggiormente colpita dall’inquinamento, le valli del Chiampo e dello Agno.
Sono coinvolti trenta comuni dell’ovest vicentino, assieme ad altri limitrofi, situati nel padovano, nella Marca e nel veronese: tutti attingono acqua da bacini idrografici soggetti alla contaminazione da PFAS.
Abbiamo chiesto a un osservatore da sempre attento a questo problema, il dottor Vicenzo Cordiano, medico, specialista in Ematologia e in Medicina Interna, Presidente della sezione di Vicenza dell’Associazione Medici per l’Ambiente- ISDE Italia, di tracciare una breve panoramica sui pericoli per la salute umana e sui comportamenti idonei a prevenirli.
Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) – le PFOA, le PFOS e molte altre meno note – sono state utilizzate in molti processi industriali per rendere impermeabili superfici all’acqua, all’olio e sporco (per es. nella realizzazione di tessuti impermeabili e di pellame, di padelle e pentolame con rivestimenti antiaderenti, delle schiume degli estintori di fuoco …).
Nella letteratura scientifica le PFAS sono ritenute sostanze tossiche e cancerogene in quanto interferenti o distruttori endocrini, ossia elementi estranei che, alterando le funzioni e l’equilibrio degli ormoni presenti nel corpo umano, possono interferire su processi organici (come l’autoregolazione di determinati valori nel sangue, la riproduzione e lo sviluppo) e provocare o favorire patologie di vario genere, quali malattie di ghiandole endocrine e dell’apparato genitourinario, disturbi cardiovascolari e immunitari, infertilità femminile e maschile e diversi tipi di tumore (cancro della prostata, cancro del pancreas, cancro della mammella, linfomi non Hodgkin…), come evidenziato da numerosi studi epidemiologici internazionali citati qui.
Le Pfas non sono biodegradabili, si depositano e rimangono nell’ambiente, anche a distanza di molti anni, si tramettono agli esseri viventi prevalentemente per via orale (attraverso acqua e cibi contaminati) e si accumulano nel sangue e negli organi interni.
La contaminazione da PFAS che interessa i comuni veneti è particolarmente grave perché si è protratta per un lungo periodo di tempo, dagli anni Settanta in poi, e ha raggiunto una notevole estensione geografica, provocando un vero e proprio disastro ambientale.
Allora cosa si può fare per prevenire o contenere i danni nelle zone inquinate? È sconsigliato bere l’acqua potabile erogata da acquedotti che attingono a falde contaminate? Esiste un limite entro il quale le concentrazioni delle PFAS in acqua non provocano danni alla salute?
I provvedimenti impiegati finora (come l’uso di filtri di carbonio attivo o la scelta discutibile di diluire le sostanze tossiche, miscelando acque inquinate con acque pure) riducono, ma non eliminano i quantitativi di PFAS presenti nell’acqua.
Proprio perché si tratta di sostanze che si sono accumulate col tempo e che si accumulano continuamente nell’ambiente e nel corpo, anche concentrazioni relativamente basse nell’acqua sono pericolose, perché alimentano un avvelenamento lento, costante e inesorabile, assieme alle altre trasmesse da altri canali; le PFAS sono anche nei cibi che mangiamo (se sono entrati in contatto con acqua contaminata) e nell’aria che respiriamo (sotto forma di pulviscolo atmosferico). Soggetti particolarmente a rischio sono i bambini, le donne in stato fertile e gli anziani affetti da patologie. Si raccomanda una particolare attenzione per le donne in stato di gravidanza: è accertato che nelle donne incinte, entrate a contatto con le PFAS, i feti sono esposti a dosi enormi di PFAS attraverso la placenta: sono predisposti a contrarre, anche a distanza di molti anni, una o più malattie causate dai distruttori endocrini.
Sono già riscontrabili danni sulla salute della popolazione?
I dati ufficiali raccolti dal Servizio epidemiologico regionale del Veneto e dal Registro dei tumori del Veneto (analizzati qui) evidenziano, soprattutto a partire dal 2000-2003, un eccesso storico di mortalità in uomini e donne residenti nei comuni dell’ovest vicentino, che ricadono sotto le ULSS 4, 5 e 6 per malattie associate ai PFAS, malattie cioè che hanno nelle PFAS la causa principale o la concausa (malattie di ghiandole endocrine, disturbi immunitari, diabete mellito, malattie cardiovascolari, varie neoplasie, malformazioni congenite e altre).
Un recente studio sulle schede Istat delle cause di morte in Veneto tra 1980 e 2009 (presentato ieri 04.05.2016 di cui qui c’è un breve report, n.d.r.) confrontando decessi tra i comuni inquinati e quelli non, riscontra negli uomini e nelle donne aumenti statisticamente significativi di decessi per diabete, malattie cerebrovascolari, infarto miocardico acuto.
Pertanto, di fronte a questi dati, si raccomanda caldamente a quanti risiedono nelle zone contaminate di non bere acqua potabile di rubinetto attinta da falde inquinate e di non consumare prodotti agricoli di terreni irrigati con l’acqua contaminata del luogo, carne di animali allevati nel territorio e neppure pesce pescato da riserve idriche dell’area interessata dalla contaminazione delle PFAS.
Vincenzo Cordiano, Presidente Isde Vicenza
dichiarazioni raccolte da Silvia Rampazzo, redazione di ecopolis
Legambiente e il Coordinamento Acqua Libera dai Pfas dal dicembre  scorso hanno promosso due petizioni con raccolta firme per la sostituzione dell’approviggionamento dalle fonti non inquinate (Acquedotti liberi da Pfas e Pfoa) e per la determinazione dei limiti ministeriali sulla presenza dei Pfas nelle acque di falda (Mettiamo un limite ai limiti). Firma qui on line.
Oppure scarica i moduli ed attivati nella raccolta firme (scarica qui quello su acquedotti liberi da Pfas e scarica qui quello per introdurre dei limiti di legge).