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venerdì 7 settembre 2018

Caso Pfas, interviene la procura: sequestrato un pozzo alla Miteni

Di sicuro la sacca inquinante è sotto la Miteni che dovrebbe essere chiusa per smantellare bene e capire cosa c'è sotto. Intanto un pozzo è stato sigillato
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venerdì 13 ottobre 2017

Ancora due anni per chiudere l’inchiesta sui Pfas

16.09.2017

Ancora due anni
per chiudere
l’inchiesta sui Pfas

La commissione in riunione ad Arzignano per indagare sull’inquinamento da Pfas
La commissione in riunione ad Arzignano per indagare sull’inquinamento da Pfas
Caso Pfas: il procuratore di Vicenza Antonino Cappelleri afferma che dovrà attendere l’esito delle analisi sulla popolazione esposta alla contaminazione prima di chiudere le indagini. Significa che trascorreranno altri due anni. Una previsione in merito alla quale, però, Alessandro Bratti, presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sulle Ecomafie, che sta svolgendo la sua seconda indagine nel giro di pochi mesi sull’inquinamento, solleva più di una perplessità. «Questa vicenda è esplosa nel 2013, ma, dal punto di vista giudiziario, c’è stata una prima raccolta di informazioni compiuta dalla procura di Verona nel 2014 e la procura di Vicenza ha iniziato a muoversi solo nel marzo del 2015», spiega Bratti. «Ora la speranza è che si agisca con una velocità diversa».
Il parlamentare lo ha affermato ieri pomeriggio, al termine dei due giorni passati dai membri della commissione nell’area inquinata. Prima compiendo un sopralluogo nell’azienda chimica Miteni di Trissino, che, secondo Arpav e Regione, è la principale responsabile dell’inquinamento, e poi sentendo in audizione amministratori, tecnici, associazioni ambientaliste e produttive ed inquirenti. Proprio al termine di uno di questi incontri, il responsabile della procura berica ha spiegato: «L’inchiesta va avanti nel modo più solerte possibile, basandosi su accertamenti tecnici e consulenze molto accreditate, e speriamo di chiudere nei tempi più brevi possibili, che non saranno comunque brevissimi».
Pur spiegando che è impossibile quantificare la durata delle indagini, ha comunque aggiunto: «Per noi sarebbe utile avere i risultati dell’analisi epidemiologica della Regione: mi dicono che serviranno due anni, vedremo se riusciremo ad essere più veloci, ma il nostro compito non è quello di fare prevenzione bensì repressione, e per questo servono certezze».
«Stando a quanto riferito anche dal direttore generale della Sanità regionale Domenico Mantoan», dichiara Bratti, «è chiaro che i Pfas sono quantomeno un fattore di rischio per la salute per la popolazione, per cui confido che ci siano già elementi sufficienti per chiudere le indagini su questo aspetto, mentre è già evidente che tutti sapevano dell’inquinamento interno all’azienda di Trissino». «Come già anticipato in audizione, ora avvieremo una collaborazione diretta con la procura, allo scopo di favorirne, per quanto possiamo, l’attività», conclude.
Se sui tempi della giustizia è aperta la discussione, sui lavori necessari per garantire l’approvvigionamento da fonti pulite degli acquedotti continua invece lo scontro fra Regione e governo. Uno stucchevole botta e risposta che ha visto in questi giorni la senatrice Laura Puppato, Pd, attaccare la Regione. Lei afferma che Venezia ha inviato progetti sbagliati a Roma per il finanziamento. Dall’altra parte replica l’assessore regionale all’Ambiente Gianpaolo Bottacin. Sostiene che l’invio è stato apprezzato dal ministero per l’Ambiente, che però avrebbe affermato di non avere a disposizione gli 80 milioni di euro che erano stati deliberati per i Pfas ancora a dicembre dello scorso anno. Intanto gli enti e le società del servizio idrico stanno comunque lavorando per provare ad abbattere di più gli inquinanti, aumentando la presenza di quei filtri che sinora sono stati pagati dai cittadini.
Tornando alle audizioni della Commissione Ecomafie, va registrato che ieri l’amministratore delegato di Miteni Antonio Nardone ha affermato che l’attuale proprietà non sapeva nulla dell’inquinamento compiuto dalle precedenti e che «sta pagando per la loro superficialità». Intanto i dipendenti della sua azienda ieri hanno dichiarato due giorni di sciopero, a partire da domani, per protestare a causa di carenze organizzative interne.
Luca Fiorin

giovedì 5 maggio 2016

Pfas, i tempi di prescrizione mettono a rischio l'inchiesta

Fase, i tempi di prescrizione mettono
a rischio l’inchiesta

Procura pessimista, se Miteni dice il vero è salva

VICENZA
Pfas, i tempi di prescrizione mettono
a rischio l’inchiesta
Procura pessimista, se Miteni dice il vero è salva
VICENZA Inchiesta Pfas, dalle premesse pare arduo arrivare ad inchiodare penalmente i responsabili dell’inquinamento. «Colpa» dei tempi di prescrizione e di strumenti legislativi troppo recenti. E il primo a mostrare del pessimismo s emb r a p r o p r i o i l procuratore capo Antonino Cappelleri che ieri ha dato alcuni aggiornamenti sull’inchiesta, per quanto ancora in fase embrionale. Pochi elementi che tracciano già la panoramica, che sembra godere di limitate prospettive. Cappelleri ha fatto sapere infatti che le sostanze sversate di recente nelle nostre acque non sono qualificate come inquinanti in quanto non inserite nelle relative tabelle. Il che precluderebbe la possibilità di poter procedere con l’ipotesi di disastro ambientale, reato questo che prevede pene dai 5 ai 15 anni ma esiste solo dal maggio del 2015, ovvero da quando è entrata in vigore la legge numero 68 in materia di delitti contro l’ambiente. E, da precisare, non si tratta di una legge con effetto retroattivo, il che significa che non potranno essere puniti per disastro ambientale i comportamenti antecedenti, quando cioè il reato non era previsto.
Ciò non significa che non si possa procedere. Se, come riporta il procuratore capo Antonino Cappelleri, il rilascio delle sostanze inquinanti Pfas nelle falde acquifere del territorio è avvenuto prima che venisse varata dal Parlamento la nuova normativa, vorrà dire che si procederà per il reato previsto dalla vecchia normativa, e cioè il disastro colposo, quello che era stato iscritto dal pubblico ministero Luigi Salvadori nel fascicolo aperto più di un anno fa e che ora è passato di mano alla collega Barbara De Munari. Ma anche qui il lavoro della procura sembra essere tutto in salita perché la prescrizione è dietro l’angolo. E si fa presto a fare i conti. Se l’azienda indicata come possibile origine della contaminazione delle falde acquifere, la Miteni di Trissino, sostiene di non produrre Pfos e Pfoa dal 2011, il reato, considerato il lasso di tempo già trascorso, andrebbe verso la cancellazione. La prescrizione per gli eventuali reati ambientali avviene infatti in un periodo massimo di sette anni e mezzo. Quindi, se davvero dovesse avverarsi questo quadro, considerando poi i tempi della giustizia, alle persone danneggiate non rimarrebbe altro che la strada della causa civile.
Quantomeno nella prospettiva di ottenere qualche riconoscimento del danno patito (che dovrà essere dimostrato) in termini economici. Così come hanno fatto negli anni scorsi i cittadini dell’Ohio, negli Usa, che con una class action portarono in tribunale la multinazionale Dupont, accusata di aver immesso nel fiume Ohio quantità considerevoli di Pfoa (che fanno parte dei Pfas) e che per questo fu condannata a pagare, nel 2005, oltre 330 milioni di dollari di risarcimenti. Circa 70mila vennero utilizzati per un’indagine epidemiologica, una delle poche, se non l’unica ad oggi relativa alla correlazione tra inquinante e malattie. A voler avviare una class action contro la Miteni spa di Trissino, indicata dall’Arpav quale sorgente dell’inquinamento da Pfas ma anche contro la Regione Veneto per non aver tempestivamente provveduto alla tutela della popolazione e dell’ambiente è la neonata associazione «Terra dei Pfas» che si è costituita nei giorni scorsi a Padova. Associazione che può contare sull’appoggio di un buon numero di avvocati che stanno indicando la strada da percorrere per cercare di rivalersi sui teorici responsabili dell’inquinamento nell’area tra Vicentino, Veronese e Padovano.
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