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sabato 23 aprile 2016

Pfas Veneto, l’assessore alla Sanità: “Più di 60mila persone contaminate dalle sostanze cancerogene nelle acque”

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Pfas Veneto, l’assessore alla Sanità: “Più di 60mila persone contaminate dalle sostanze cancerogene nelle acque”


Ambiente & Veleni

L'emergenza è rimasta a lungo sotto traccia, ma ora Iss, Oms e il direttore generale della Salute regionale escono allo scoperto. E tutti i cittadini esposti al rischio (310mila circa in totale) saranno sottoposti ad analisi. Gli effetti delle sostanze contestate: "Colesterolo alto, ipertensione, alterazione dei livelli del glucosio, effetti sui reni, patologie della tiroide e, nei soggetti iper esposti, tumore del testicolo e del rene”

L’ammissione, clamorosa, arriva direttamente dal direttore generale della sanità veneta Domenico Mantoan: “Io sono tra i super esposti – dichiara il dirigente regionale parlando dell’emergenza Pfas, le sostanze cancerogene nelle acque del Veneto – perché ho bevuto per trent’anni l’acqua di casa mia a Brendola, nel vicentino. Ora ho fino a 250 nanogrammi per grammo di Pfas nel sangue”. La Regione Veneto cambia passo sull’emergenza sanitaria e ambientale per le sostanze perfluoroalchiliche, di cui fino a poco fa discuteva riservatamente nelle riunioni tecniche definendola “fuori controllo”, e decide di uscire allo scoperto rendendo nota tutta la gravità del problema, insieme agli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’Oms. “Più di 60mila persone residenti nelle zone a maggior impatto sono contaminate – spiega l’assessore regionale alla Sanità, Lucio Coletto – Altre 250 mila sono interessate dal problema”.
Un’emergenza rimasta a lungo sotto traccia, tanto che le indagini sull’origine della contaminazione, iniziate nel 2013 in seguito a un esposto dell’Arpa, sono rimaste ferme per tre anni in Procura a Vicenza. Secondo gli inquirenti, per contestare il reato di avvelenamento delle acque sarebbero stati necessari i risultati di uno studio epidemiologico. Ora la Regione, sotto il coordinamento dell’Iss, fa sapere di volerne avviare uno “della durata di 10 anni” partendo dalle 60mila persone più esposte della provincia di Vicenza. Le analisi, promette l’assessore Coletto, saranno effettuate a carico della sanità regionale e verranno estese a tutti i 250mila cittadini dei comuni del Veronese e del Padovano coinvolti. Chi risulterà positivo agli esami verrà seguito con un protocollo di follow-up semestrale a partire da gennaio 2017. I composti Pfas, ha spiegato la dottoressa Musmeci dell’Iss, sono “idrosolubili e vengono assorbiti rapidamente per via orale. Una volta nell’organismo, si legano alle proteine del plasma e del fegato, e vengono eliminate dai reni solo molto lentamente”. Secondo gli studi epidemiologici, effettuati sulla popolazione della Mid-Ohio Valley, negli Usa, e su quella tedesca, i Pfas possono causare “colesterolo alto, ipertensione, alterazione dei livelli del glucosio, effetti sui reni, patologie della tiroide e, nei soggetti iper esposti, tumore del testicolo e del rene”.
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Lo studio avviato in Veneto potrà essere determinante per modificare la classificazione di cancerogenicità dei Pfas fatta dello Iarc, che per ora si basa su una letteratura limitata. Mentre l’Unione Europea sta elaborando, sulla base del caso veneto, una direttiva che imponga minuziosi controlli sui Pfas nell’acqua. “La magistratura è sempre stata informata fin dall’inizio – spiega a ilfattoquotidiano.it l’assessore alla Sanità della Regione Veneto, Lucio Coletto – e per quanto riguarda i danni sanitari e ambientali, nei primi mesi del 2014 ho scritto all’avvocatura regionale chiedendo di valutare la possibilità di rivalersi nei confronti della ditta che ha inquinato”. Una decisione che dovrà essere presa dalla giunta regionale, ma che per l’assessore è ormai “una scelta obbligata”. Così come la richiesta al governo, che verrà discussa nella prossima riunione di giunta, dell’istituzione di un nuovo sito inquinato di interesse nazionale.

lunedì 7 marzo 2016

Pfas Veneto, indagini ferme in Procura da tre anni nonostante l'allarme ambientale. ( collegamento con le navi dei veleni e rifiuti portati in Africa)

Andrea Tornago oggi sulFatto quotidiano nel raccontare la vicenda dell'inquinamento da Pfas http://www.ilfattoquotidiano.it/…/pfas-veneto-inda…/2521666/, ricorda che le navi dei veleni solcavano i mari con le stive piene di rifiuti tossici a metà degli anni ottanta vi erano anche rifiuti della Rimar ora Miteni. Tornago cita un documento presso la competente commissione parlamentare. Se andate a leggere quel documento frutto del lavoro d'inchiesta dei compagni/e di Democrazia Proletaria e dei militanti/e deiverdi scoprirete che in quelle navi non vi erano solo i rifiuti della Rimar/Miteni ma di molte altre aziende del vicentino, del Nordest. Sulla storia dei rifiuti della Rimar presenti nelle stive delle navi dei veleni nel 2013 in questa pagina postammo questo:I fili della storia, o meglio delle storie,nella memoria fanno strani percorsi. Rimangono lì, in un angolo remoto del cervello. Poi una storia che inizia nel 2013 fa recuperare dalla memoria il filo di un'altra storia avvenuta alla fine degli anni ottanta che si connette con i fatti del 2013.
Trissino e lo stabilimento Rimar, oggi Miteni, al centro oggi del caso d'inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche e Port Koko in Nigeria, sono lontani migliaia di chilometri e sono dislocati in continenti diversi: Europa, Africa.
Eppure negli anni ottanta un fatto li avvicinò: le navi dei veleni;Cariche di rifiuti tossici dell'industria chimica europea, tra cui le peci fluororate della Rimar.
Così la storia viene raccontata da Andrea Palladino nel suo libro: "Bandiera nera. Le navi dei veleni, Manifesto libri.
Le spiagge di Koko:"nel giugno del 1988 il giornale nigeriano The Guardian pubblica un reportage dal porto della città di Koko. Viene rilevato un traffico immenso di rifiuti tossici, "abbandonati non lontano dalla spiaggia, in una zona abitata e senza nessuna sicurezza". Ad avvisare il quotidiano furono gli studenti nigeriani che abitavano in Italia, che telefonarono ai giornalisti in Nigeria chiedendo di raccontare l'origine di quei rifiuti.
La reazione delle autorità nigeriane fu durissima. L'equipaggio della nave Piave- che nulla aveva a che fare con il traffico – fu sequestrato e in pochi mesi fu introdotta la pena di morte per i moderni pirati ambientali.
Secondo un rapporto del Trade Envirorment
Database-progetto della America University- almeno 54 persone furono arrestate in Nigeria dopo la scoperta delle discariche abusive create dagli italiani. In Italia però, nessuno venne condannato, neanche un solo giorno di reclusione.
L'esportazione illegale dei rifiuti verso la Nigeria era stata oraganizzata nel 1987 dalle attivissime Jelly Wax e Ecoline, le stesse aziende che avevano avvelenato le terre libanesi, organizzando il viaggio della Radhost. Una volta scoppiato il caso, il Parlamento italiano- grazie sopratutto al gruppo di Democrazia Proletaria, guidato da Edo Ronchi- discusse lungamente di questo nuovo episodiodi pirateria ambientale, il conto veniva presentato al nuovo governo. Solo per la bonifica, che era stata richiesta come risarcimento da parte del governo nigeriano, la cifra stimata era di almeno venti miliardi di lire.
Le scorie tossiche e nocive che avevano avvelenatole spiagge di Koko erano partite dal piccolo porto della darsena di Pisa alla fine del 1987.Come già era accaduto qualche mese prima a Marina di Carrara, anche in questo caso il traffico pericolosi è potuto avvenire anche grazie alla compiacenza di molte autorità. La prima autorizzazione viene firmata dal sindaco di Pisa il 2 settembre del 1987. Il documento è incredibilemente confuso: la nave che viene indicata come vettore è la Danix, battente bandiera danese, che risultava avere una capacità di 500 tonnellate. Il sindaco, nell'elencare i diversi carichi autorizzati, con relativo peso arriva al totale di oltre 32.000 tonnellate di rifiuti altamente tossici. Errori forse spiegabili con una confusione di virgole o uno scambio tra chilogrammi e tonnellate. Eppure tutto file liscio, senza nessun intoppo.
L'autorizzazione firmata dal sindaco non cita direttamente le aziende responsabili del carico e dell'esportazione del carico verso Koko, facendo riferimento esclusivamente ad una richiesta presentata il giorno prima dall'agenzia marittima Enrico Bonistalli di Livorno.Nel settembre del 1987 i casi Lynk e Radhost avevano già fatto conoscere le aziende Yelly Wax e Ecolife. Quindi una certa discrezione era sicuramente "opportuna". Il gruppo di Democrazia Proletaria riesce a rintracciare presso il comando del Porto alla Darsena di Pisa e la cartella con le bolle di carico originali.la lista delle società produttrici è lunga e degna di nota: Ecomivil di Cuneo, Vendo Italy di Coniolo, Sofio di Genova, Co-par di Ivrea, Spinoglio di Casl Monferrato, Industrie Chimiche Baslini di Treviglio, Chemintor di Giomello, Alfa Chemical Italiana di Alamo (Pe), P.G.B di Campoligure, Colorificio Attiva di genova e Api spa di Mignanesco, sempre in provincia di Genova.
Una seconda autorizzazione arriva il 14 novembre 1987. L'agenzia che presenta la richiesta per l'esportazione di rifiuti, sempre la stessa, la Bonistalli di Livorno. Cambia la nave- sarà la Line , bandiera tedesca-e cambia la destinazione, almeno in questo primo documento. Il sindaco firma il nulla osta per un viaggio verso il porto libero libero di Sulina in Romania. Le aziende coinvolte anche in questo caso sono tutte del nord Italia e, in molti casi, i trasportatori erano già concosciuti e diffidati in precedenza o sprovvisti delle autorizzazioni regionali, secondo le informazioni contenute nel dossier consegnato in Parlamento dal gruppo guidato dall'allora deputato Edo Ronchi.
I veleni destinati ad essere imbarcati ad essere imbarcati sulla Line provenivano dalla Casco Nobel srl di Piombino, Milano (residui organici), dalla Ferrara Antonino, di Robassanero, Torino( resine semipolarizzate), dalla Siat srl di Brescia ( residui di pesticidi), dalla Sochima spa di San MauroTorinese (residui organici), dalla Fratelli Cremonini snc di Alfi, Verona( decalite cenere, croste colore, magni da stampa) e dalla Rimar Chimica di Trissino, Vicenza( peci fluororate)............ La destinazione del secondo carico, originalmente diretto al porto libero di Sulina, cambierà in viaggio, diventando Koko, Nigeria.......".

È un’altra storia italiana in cui le responsabilità sfumano fino a dissolversi. E alla fine resta solo un veleno insidioso e invisibile, che inquina l’ambiente in modo “persistente”. I Pfas, le…
ilfattoquotidiano.it

domenica 28 febbraio 2016

Pfas Veneto, il documento: “Emergenza non sotto controllo” su alimenti contaminati da cancerogeni

Pfas Veneto, il documento: “Emergenza non sotto controllo” su alimenti contaminati da cancerogeni


Ambiente & Veleni


L'inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche - che servono a impermeabilizzare materiali come Goretex e Teflon - colpisce soprattutto le province di Verona, Padova e Vicenza. Nel verbale che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare la preoccupazioni dei tecnici: "Nessuna azione a tutela della salute, pericolo può estendersi in tutta Italia". A rischio in particolare uova e pesce

È una delle emergenze ambientali e sanitarie più gravi degli ultimi anni. Coinvolge un territorio vastissimo tra le province di Verona, Vicenza e Padova, ma potrebbe estendersi a tutto il Paese attraverso la filiera alimentare. L’inquinamento da Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche (usate diffusamente per rendere impermeabili tessuti o rivestimenti, tra cui il Teflon e il Goretex) considerate cancerogene e in grado di interferire con il sistema endocrino, sta mettendo a dura prova il Veneto. Un documento inedito, di cui ilfattoquotidiano.it è entrato in possesso, rivela la tensione con cui le istituzioni riunite presso la Regione Veneto stanno affrontando l’emergenza sanitaria relativa agli alimenti contaminati. Emergenza che gli stessi funzionari della direzione Tutela ambiente della Regione consideranonon sotto controllo.

Nel corso della riunione del tavolo tecnico regionale sui Pfas, che si è svolta lo scorso 13 gennaio, è emerso che “parte della popolazione veneta è stata esposta ed è esposta ai Pfas” e che “non è stato dato seguito ad azioni di tutela della salute per le persone che hanno mangiato e stanno mangiando alimenti con concentrazioni critiche”, ovvero – secondo quanto comunicato dal direttore della sezione Veterinaria e sicurezza alimentare – le uova e i pesci. Anche i protocolli finora utilizzati per il controllo degli alimenti contaminati “vanno reimpostato ex novo” – chiedono nel corso della riunione i funzionari dell’Arpav – inquanto al momento “non c’è un piano di controllo sugli alimenti valido e utilizzabile”. Insomma, la situazione dell’inquinamento da Pfas è tutt’altro che sotto controllo, soprattutto se si considera che gli alimenti contaminati dai cancerogeni sarebbero prodotti anche da “allevamenti che hanno la produzione e la distribuzione sul territorio nazionale” e vengono quindi commercializzati in altre regioni italiane.
Lo scorso 9 novembre l’assessore regionale veneto alla Sanità, Luca Coletto, aveva dichiarato che i dati relativi alle analisi del sangue della popolazione e degli alimenti erano già “all’attenzione degli esperti del più elevato interlocutore scientifico dItalia che è l’Istituto Superiore di Sanità”. Nella riunione tecnica del 13 gennaio emerge però una realtà diversa: l’unico riscontro formale nelle mani delle autorità sanitarie sulla situazione degli alimenti sarebbero i dati forniti lo scorso 6 novembre su richiesta del consigliere regionale del Pd Andrea Zanoni, “attraverso una tabella sintetica non firmata né datata”, mentre i risultati non sarebbero stati inviati all’Iss in forma validata, bensì – è l’espressione attribuita tra virgolette nel verbale al direttore della Sezione prevenzione e sanità pubblica, Giovanna Frison – “in qualche modo”.
Nel corso del tavolo tecnico si è verificato anche un duro scontro tra il dirigente del settore Igiene e sanità pubblica, Francesca Russo, e della sezione Veterinaria, Giorgio Cester: al centro della discussione i tempi con cui sono state effettuate e condivise le analisi sui campioni di alimenti: “I campioni sono stati prelevati in un arco temporale lungo, che va da novembre 2014 a giugno 2015 ed i risultati si sono avuti tutti insieme a settembre 2015” senza tenere in considerazione che il referto relativo a una sostanza nociva per la salute “deve essere fatto subito dopo il campionamento perché potrebbe comportare la necessità di provvedimenti urgenti”. Durante questo tempo, prosegue la dottoressa Russo, “la popolazione ha continuato ad assumere alimenti con concentrazioni critiche di Pfas”.
Sulla questione è intervenuto il capogruppo del M5S alla Regione Veneto, Jacopo Berti: “Siamo stati i primi a combattere contro questo disastro per salvare la vita a 400mila veneti – spiega Berti a ilfattoquotidiano.it – Alla giustizia abbiamo già chiesto di punire i responsabili. Ora, alla luce di queste carte, pretendiamo dalla Regione tutta la verità. È passato un mese: se qualcuno ha insabbiato qualcosa ne pagherà le conseguenze”.
Con una richiesta firmata oggi dal vicepresidente della Camera Luigi Di Maio e da deputati e senatori del M5S, è stato chiesto all’Istituto superiore di sanità di rendere noti i risultati del monitoraggio effettuato sulla popolazione veneta per determinare la concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche nel sangue.