lunedì 17 settembre 2018

Pfas, acqua bene di tutti o mezzo per fare profitto?

Pfas, acqua bene di tutti o mezzo per fare profitto?

Venezia – Vicenda dell’inquinamento da Pfas e affini sempre più scottante in Veneto, e azienda Miteni sempre più sulla graticola. Anche la politica si muove, su questo fronte, con più frequenza ed incisività in questi giorni, in particolare lo fa l’opposizione consiliare regionale, con i due consiglieri Guarda (Amp) e Zanoni (Pd) che hanno presentato una mozione chiedendo che la Regione rimuova il sito Miteni e proceda immediatamente con le bonifiche.
“Sono ormai trascorsi cinque anni – sottolineano Guarda e Zanoni – dalla comunicazione sulla presenza di Pfas negli acquedotti e dall’identificazione della contaminazione sotto la Miteni. È assurdo pensare che solo oggi, dopo le due caratterizzazioni realizzate, si venga a certificare l’esistenza di un inquinamento riferibile all’attività di Miteni degli ultimi quattro anni. Ora basta: i tempi per una bonifica sono ampiamente maturi e la Regione ha tutti gli strumenti per procedere”.
“Da anni sollecitiamo controlli e iniziative cautelative sull’attività dell’azienda – continuano i due consiglieri regionali -, anche attraverso l’applicazione della norma del Piano di tutela delle acque, recentemente introdotta da questa giunta, che parla di protezione delle aree di ricarica della falda, come Trissino, con l’immediata rimozione o delocalizzazione dei siti contaminanti o potenzialmente contaminanti. La risposta data all’epoca dal presidente Zaia, era che Miteni non è attualmente fonte di pressione, ma che l’inquinamento apparteneva al passato, cosa che oggi, dopo le verifiche della provincia, scopriamo non essere vera”.
“Con la mozione presentata oggi assieme al capogruppo del Pd Fracasso, – concludono – chiediamo di applicare immediatamente il Piano di tutela delle acque così da consentire, senza ulteriori ritardi e proroghe, l’effettiva bonifica del terreno sottostante il sito Miteni”.
Anche la pazienza dei cittadini, ed in particolare dl comitato Mamme Non Pfas, sembra esaurita, anche nei confronti dei livelli più alti, ad esempio quello europeo che dovrebbe stabilire regole certe e limiti accettabili riguardo alla presenza di sostanze nocive per la salute nelle acque potabili. “Dopo un’attenta valutazione e studio della nuova direttiva europea sulle acque potabili – stigmatizza invece oggi Mamme No Pfas – abbiamo ritenuto inaccettabili i limiti sui perfluorati e abbiamo deciso di inviare una serie di osservazioni critiche per mettere al corrente la Commissione ambiente europea delle gravi conseguenze sulla salute delle persone, dell’ambiente e dell’economia, derivanti dall’inquinamento da Pfas. Conseguenze vissute in prima persona dagli abitanti del Veneto.
“Abbiamo inoltre chiesto – concludono gli attivisti –  di avere al più presto un’audizione presso la Commissione ambiente europea per esporre le nostre ragioni di fronte a coloro che hanno la grande responsabilità di decidere se dovremo continuare ad essere avvelenati o se, finalmente cambierà l’approccio nei confronti dell’acqua: da bene da sfruttare, avvelenare e su cui fare profitto, a bene comune da tutelare e da garantire a tutti”.

Pfas, due progetti per garantire acqua pulita


Pfas, due progetti per garantire acqua pulita. Veneto acque incaricato a svolgere questi progetti ricordiamo quanto indebitato è

Pfas, due progetti per garantire acqua pulita

Vicenza – Esaminati ieri, da parte della commissione competente, i primi due progetti per far fronte all’emergenza Pfas, in particolare per far arrivare nelle case della zona più contaminata un’acqua più pulita attraverso nuove fonti di approvvigionamento. Ad esaminarli è stata la Commissione progettazione, composta dai rappresentati degli enti gestori e da quelli della Regione Veneto e istituita come una delle strutture di supporto a Nicola Dell’Acqua, commissario delegato in Veneto all’emergenza Pfas.
Il primo intervento, attualmente in fase di progettazione preliminare, riguarda la costruzione di una condotta di collegamento di 19 chilometri, fra Montecchio Maggiore, Brendola e Madonna di Lonigo. La tratta servirà a far arrivare da Recoaro, attraverso la condotta esistente della Valle dell’Agno, acqua di buona qualità nelle centrali acquedottistiche di Brendola, Sarego e Lonigo. Il progetto prevede una spesa di 17,9 milioni di euro e verrà seguito dalla società Veneto Acque, uno dei soggetti attuatori nominati dal Commissario.
Il secondo progetto, sviluppato in fase definitiva e pensato per fornire al serbatoio di Lonigo nuove risorse idriche provenienti dalla pianura ad est di Verona, prevede la realizzazione di sei nuovi pozzi per l’attingimento dalle falde di Belfiore e la costruzione di una condotta di 18 chilometri che da qui porti l’acqua alla centrale di Madonna di Lonigo. L’intervento, di competenza di Acque Veronesi, costerà 21 milioni di euro.

sabato 15 settembre 2018

Pfas, al lavoro per imporre dei limiti ma anche per fornire acqua pulitara

Pfas, al lavoro per imporre dei limiti ma anche per fornire acqua pulita

Pfas, al lavoro per imporre dei limiti ma anche per fornire acqua pulita

A livello nazionale ed europeo si studia la possibilità di mettere dei paletti alla presenza di Pfas nelle acque. Nel frattempo, si progettano interventi per fornire acqua di buona qualità ai cittadini dei territori contaminati


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Acqua, Legambiente consegna al ministero Ambiente firme petizione “Basta Pfas”

Acqua, Legambiente consegna al ministero Ambiente firme petizione “Basta Pfas”

Legambiente ha consegnato al ministro dell’Ambiente Sergio Costa le firme della petizione “Basta Pfas” che finora ha raccolto l’adesione di oltre 14 mila persone. La denuncia riguarda l’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche nelle acque di tre province venete (Vicenza, Verona e Padova) e di 24 Comuni parte della “zona rossa”. La maggior indiziata, spiega Legambiente, è la Miteni Spa, ex Rimar, una fabbrica chimica che insiste sui territori di Trissino (Vicenza).
Oggi dunque il presidente di Legambiente Stefano Ciafani, insieme a Piergiorgio Boscagin del circolo Legambiente Perla Blu di Cologna Veneta (Vr) e del Coordinamento Acqua Libera dai Pfas, ha consegnato al ministro dell’Ambiente Sergio Costa le firme raccolte per la petizione “Basta Pfas” proposta da Legambiente e dal Coordinamento Acqua Libera dai Pfas. Nella petizione si chiede di normare la presenza delle sostanze perfluoroalchiliche nelle acque di falda, uniformandola ai valori più restrittivi vigenti nel mondo. A cinque anni dalla conferma dell’inquinamento da Pfas in Veneto, infatti, i limiti previsti dalla normativa regionale e nazionale sono considerati insufficienti, mentre mancano limiti precisi per le matrici alimentari e per la presenza dei contaminanti nei terreni.
“Convinti che queste sostanze tossiche non debbano in alcun modo essere presenti nelle acque, nei terreni, negli alimenti né tanto meno nel nostro sangue e in quello dei nostri figli – scrivono al ministro Costa, nella lettera di accompagnamento alle firme, Stefano Ciafani, Piergiorgio Boscagin e il presidente di Legambiente Veneto Luigi Lazzaro – le chiediamo di attivarsi in prima persona per la messa al bando delle sostanze perfluoroalchiliche, in modo da tutelare l’ambiente e la salute di tutti i cittadini, e far sì che l’Italia sia un esempio virtuoso per tutti i Paesi dell’Unione Europea”. Le analisi avviate dalla Regione Veneto nel 2016 hanno finora evidenziato che almeno nel 30% della popolazione analizzata residente nella zona rossa sono stati trovati valori altissimi di Pfas. Fra l’altro il tempo scorre: la conferma dell’inquinamento da Pfas nelle acque di falda e potabili è del 2013 ma a oggi, denuncia Legambiente, “né la fonte di inquinamento è stata rimossa, né sono iniziati i lavori per le prese di approvvigionamento da fonti sicure per gli acquedotti inquinati”.
“Sin dall’inizio di questa vicenda – prosegue la lettera di Legambiente a Costa – assistiamo in varie occasioni a continui rimpalli di responsabilità e di competenze tra i vari enti locali, regionali e nazionali, soprattutto per ciò che riguarda i fondi per la realizzazione delle nuove prese a servizio dei gestori dei servizi idrici e per l’istituzione di limiti normativi alla presenza di Pfas nelle acque. Appare dirimente un chiarimento sulle competenze e una maggiore collaborazione tra le istituzioni con l’obiettivo comune di arrivare quanto prima alla soluzione del problema”. Per Legambiente è “prioritaria la valutazione della sussistenza della nuova ipotesi introdotta dalla recente legge sugli ecoreati, che prevede, tra l’altro, la responsabilità giuridica delle aziende e l’obbligo di

Distretto conciario in pericolo causa pfas

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La concia ora rallenta «Difficoltà nell’export»

Il distretto della concia sta affrontando un momento di difficoltà soprattutto per l’export. ARCHIVIO
Il distretto della concia sta affrontando un momento di difficoltà soprattutto per l’export. ARCHIVIO
Una contrazione dei posti di lavoro che non si registrava da almeno 5/6 anni nel distretto conciario della Valchiampo. L’allarme arriva dai sindacati, dalla Uiltec Uil in particolare, che registra la richiesta di 7 domande di cassa integrazione ordinaria, avviate da inizio settembre «per circa 70/80 persone, anche se i numeri non sono ancora definiti», precisa il segretario Massimo Zordan, e la chiusura di tre aziende, per 40/45 posti di lavoro, che hanno comunicato la cessazione dell’attività nel primo semestre e hanno chiuso entro luglio. «La preoccupazione c’è - continua Zordan, segretario Uiltec Uil distretto di Vicenza - a questo si aggiungono le principale aziende conciarie che per evitare di ricorrere a cassa integrazione o sospensioni dei lavoratori, applicano sempre più contratti a termine che non vengono rinnovati o prorogati». EXPORT IN CALO. «Detto che il posto di lavoro a vita non è più nel mercato di oggi - precisa Bernardo Finco, presidente della Sezione Concia di Confindustria Vicenza - purtroppo la contingenza internazionale non è favorevole. Si registra una forte contrazione del mercato asiatico, che si è letteralmente fermato, e comunque dei mercati esteri: la Cina è sparita e tra le potenze emergenti il Brasile è allo sbaraglio e in Russia non si può esportare per l’embargo, e questo ci ha tolto un partner importante sia in termini di acquisto che di vendita. Però c’è ancora ottimismo: l’automotive va bene, il made in Italy e i nostri marchi anche. Le aziende di piccole medie dimensioni che chiudono? A volte c’è un problema generazionale oltre che occupazionale». DEPURAZIONE E LIMITI. Altro tema sollevato dai sindacati è relativo alla «saturazione dell’utilizzo dell’acqua nei trattamenti delle lavorazioni - come spiega ancora Zordan, Uiltec Uil - che ha portato alcuni gruppi ad andare verso altri distretti come la Toscana (il Gruppo Mastrotto investe 15 milioni di euro per un nuovo stabilimento a S. Croce sull’Arno, ndr). Qui c’è un doppio problema: i limiti imposti sulla capacità di depurazione e le restrizioni in tema di inquinanti. In Toscana ci sono modalità diverse di lavorazioni e di depurazione». «È un’analisi che abbiamo condiviso con i sindacati - spiega Andrea Pellizzari, consigliere delegato di Acque del Chiampo - il problema della saturazione dell’acqua è noto ed esiste da 8 anni. Ogni metro cubo di disponibilità depurativa, in virtù delle categorie di appartenenza, è già stato assegnato. L’impianto sta lavorando al 110%. Fino al 2012 c’era una sorta di “banca dell’acqua”, che poteva riassegnare una parte di quote non utilizzate ad altre concerie. Ora non più. Il distretto è cresciuto, la capacità depurativa degli impianti è aumentata nell’ultimo decennio del 35%. Quest’anno la società ha ricevuto l’input di studiare una nuova linea di depurazione e di valutare l’effetto positivo del nuovo impianto di ozonizzazione. Per quanto riguarda i limiti, in Toscana non c’è il tema pfas. Lì tra l’altro la normativa ambientale è diversa. La nostra in tema di tutela dell’ambiente è tra le più alte in assoluto». LE AZIENDE. «Le aziende investono in Toscana? Sono costrette ad andare via se non si fanno progetti per il futuro - conclude il presidente della Sezione Concia Bernardo Finco - è vero, c’è la questione pfas, ma sono i limiti quantitativi a rappresentare il problema. Avrebbero dovuto investire molto di più nell’impianto di depurazione e adeguarlo alla crescita delle imprese, alla dimensioni delle capacità produttive del distretto visto che è un settore che funziona. Altrimenti si va in Toscana o all’estero. Non è stata fatta una politica a favore delle aziende. Abbiamo provato a dialogare come consulta e associazioni di categoria. Qui c’era bisogno di investire». • © RIPRODUZIONE RISERVATA
Luisa Nicoli

venerdì 7 settembre 2018

Pfas, Legambiente chiede una bonifica "senza se e senza ma"

Miteni bonifica
Miteni bonifica

Miteni bonifica
Pfas, Legambiente chiede una bonifica "senza se e senza ma"

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Dopo la conferenza dei servizi che avrebbe dato il là alla Miteni alla procedura di risanamento del suolo, ora gli occhi sono puntati sulla vigilanza di Regione e procura
 Miteni bonifica
Marco Milioni


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Il lungo iter della bonifica del sito e del sottosuolo della Miteni sembra essere giunto ad un punto di svolta. Da una parte la società trissinese finita al centro di un maxi caso di contaminazione che coinvolge tutto il Veneto centrale, si dice fiduciosa . E dice di avere trovato una sostanziale intesa con la Regione. Quest’ultima prende le distanze e spiega che quella procedura è stata la stessa Regione a doverla imporre . Nel frattempo la magistratura ha messo i sigilli ad un pozzo della ditta sotto al quale sarebbero state ritrovate sostanze nocive.

IN ATTESA DELLE CARTE

In queste ore i gruppi di ambientalisti che seguono il cosiddetto affaire Pfas sono in attesa dei documenti. Due giorni fa infatti la conferenza dei servizi che tra Regione, Arpav, provincia berica, Ulss e Comune di Trissino, sta seguendo l’iter della bonifica, ha redatto un poderoso verbale. Quest’ultimo, unito alla relazione del professore Giampietro Beretta dell’Università di Milano, sarà l’architrave della fotografia sull’inquinamento presente sotto la Miteni (in gergo si dice caratterizzazione) e del conseguente piano di bonifica.
«Procederemo con un formale accesso agli atti per capire se quella bonifica sarà degna di questo nome o no. Pretendiamo una bonifica senza se e senza ma» fa sapere Piergiorgio Boscagin (in foto una manifestazione contro la Regione), responsabile di Legambiente di Cologna Veneta, uno dei volti storici nella battaglia contro i Pfas. Il quale aggiunge: «In ossequio ai principi di trasparenza tanto osannati a palazzo Balbi ci saremmo aspettati di vedere allegate quelle carte ai comunicati stampa che la giunta regionale del Veneto ha dispensato in queste ore.
Dello stesso tenore è la reazione di Giuseppe Ungherese, responsabile per le campagne ambientali di Green Peace, altra associazione che sul caso Pfas sta dando filo da torcere non solo a Miteni, ma pure alla Regione: «Senza vedere i documenti è difficile dare un giudizio ma noi staremo sotto agli uffici, questo è chiaro». Maria Chiara Rodeghiero, volto noto di Medicina democratica del Veneto dal canto suo si rivolge direttamente agli uffici giudiziari: «La procura deve chiedere al giudice un sequestro cautelativo dell’impianto. Per la Miteni il tempo è scaduto».

VERSANTE POLITICO

Sul versante politico è il M5S che dai banchi della opposizione punta l’indice non solo contro la maggioranza di centrodestra che regge le sorti di palazzo Ferro Fini e della giunta, bensì proprio contro la macchina regionale: «Apprendiano che Miteni avrà altri sessanta giorni di respiro, visto che in questo lasso di tempo dovrà presentare e depositare presso la Magistratura il proprio piano di bonifica - dicono parlamentari, consiglieri regionali e consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle del Veneto - finiti questi due mesi quanti gliene verranno ancora concessi? Ricordiamo che la caratterizzazione del sito su cui insiste la Miteni è sotto indagine da almeno tre anni, e che il governatore leghista Luca Zaia ordinò già nel 2017 ben 7000 carotaggi. Dove sono finite tutte queste belle premesse?».
Parole cui si uniscono quelle del consigliere regionale Manuel Brusco: «Mi sto già muovendo per capire le responsabilità di Arpav dal 2005 in poi, non solo a fronte di quanto emerso nei giorni scorsi, ma anche in merito a quanto sollevato dal M5S nel novembre 2017, ovvero che Miteni, in base alla relazione dei Noe, già era a conoscenza della gravità della situazione. Non verrà risparmiato niente a nessuno. E chi ha sbagliato o ha fatto finta di non vedere non dormirà più sonni tranquilli».

PASSAGGIO CRUCIALE

Ora le sorti delle riparazioni ambientali assumono un significato particolare sia per valutare la vicenda nel suo complesso sia per valutare l’operato della magistratura.
Proprio Vicenzatoday.it l'8 giugno rivelò infatti i contenuti di un delicatissimo colloquio tra l’amministratore delegato di Miteni Antonio Nardone ed alcuni collaboratori. In quella circostanza Nardone proferì una frase sibillina: «Noi stiamo avendo molti più contatti con gli enti di controllo per la bonifica... stiamo procedendo molto speditamente... ho accennato loro delle difficoltà finanziarie della Miteni... sembra che un po’ abbiano capito e stanno cercando di accelerare». A che cosa si riferiva Nardone esattamente? Chi tra gli enti di controllo ha capito o avrebbe capito il peso «delle difficoltà finanziarie della Miteni» tanto che, sostenne ancora Nardone in quel frangente, non si sarebbe proceduto con indagini sotterranee a maglia stretta su tutto il sedime aziendale? La frase precisa che pronunciò Nardone in quella circostanza fu infatti «la maglia dieci metri per dieci metri non si farà su tutta la Miteni ma si farà solo sulla parte dell’argine» in cui «c’è più probabilità di trovare della roba».
Si tratta di considerazioni astratte? O Nardone parla perché effettivamente ha avuto garanzie da qualcuno? La procura è a conoscenza di quelle frasi? Quanto quell’uscita potrebbe avere a che fare con il piano di caratterizzazione e col conseguente progetto di bonifica discusso due giorni fa? In termini finanziari sarà un piano light, come si tratteggiò nello scenario descritto su questo giornale appunto l’8 giugno? Quanto i due mesi concessi alla Miteni hanno a che fare con la proposta di concordato che è al vaglio del tribunale berico? E quanto tale bonifica peserà nelle poste che i curatori del concordato stanno soppesando?
Si tratta di quesiti cruciali rispetto ai quali c’è una sola certezza. Se al privato non sarà imposta una bonifica «a tutto tondo che riguardi non solo il suolo sotto la Miteni, ma anche la contaminazione eventualmente riscontrata altrove» gli ambientalisti, lo hanno ribadito a più riprese, sono pronti a saltare alla giugulare degli enti pubblici.

UN ASPETTO GIURIDICO CHE PESA

La delicatezza del passaggio si spiega in primis per una motivazione giuridica. Il reato di omessa bonifica, che è un reato persistente e che non si prescrive se la situazione rimane inalterata, si materializza solo se l’eventuale responsabile non ottempera alla disposizione di un ente titolato ad emanarlo (può essere la Regione, l’Arpav, una provincia o un comune) o non ottempera ad un ordine della autorità giudiziaria.
L’aspetto enigmatico dell’affaire Pfas è che di fronte ad una vicenda di tale portata in molti si sarebero aspettati che l’ordine della bonifica, dopo essere stato adeguatamente redatto in termini di costi e di modalità operative, partisse proprio dalla autorità giudiziaria. Cosa che fino ad oggi non è accaduta. Come se la magistratura procedesse quatta quatta in scia alla Regione pur a fronte dello straordinario potere conferitole dalle norme penali.
Ed è proprio in questa chiave che le decisioni assunte in conferenza dei servizi assumono una valenza cruciale. Perché, se per mera ipotesi, gli enti pubblici confezionassero un ordine di bonifica leggero, la Miteni eviterebbe di incappare in un reato insidiosissimo semplicemente ottemperando a prescrizioni all’acqua di rose. Diverso invece è il caso in cui la pubblica autorità emanasse un ordine di portata colossale. In quel caso il privato, forse assieme ai soci reali della spa, sarebbe messo con le spalle al muro: obbligato cioè a impegnarsi in maniera straordinaria sul piano operativo che economico. In caso contrario la sua responsabilità sfocerebbe in un processo dall’esito assai prevedibile senza nemmeno la via di uscita della prescrizione. Il che poi darebbe la stura ad una serie di richieste di danno in sede civile potenzialmente incalcolabili per la proprietà.

IL POZZO “NERO”

In queste ore per di più l’azienda deve fronteggiare anche la vicenda del materiale inquinante rinvenuto in uno dei pozzi attivi per il contenimento degli inquinanti. Secondo quanto riportato dal Corveneto on-line del 6 settembre è emerso che sotto quel pozzo sarebbero presenti alcune temibili sostanze chimiche: pece nera e Pfas a catena lunga ovvero Pfos, Pfoa e altri, non più prodotti in Miteni dal 2011, in quantità molto superiori alla media delle rilevazioni precedenti.
La società replica che «Il pozzo ha fatto il suo lavoro. E che il percolato liquido aspirato è di decenni orsono, prevalentemente benzotrifluoruri scesi a 25 metri di profondità. È accaduto a inizio agosto. E presumibilmente la procura ha fatto il sequestro per poter fare una verifica con un suo consulente.
Trattandosi di materiale più pesante dell’acqua - prosegue l’azienda sentita dal Corveneto - si è accumulato in fondo ma il pozzo lo ha pescato e aspirato: è un esempio di efficacia della barriera, non un problema».
Ai primi del mese per di più tra Arpav e azienda era andato in scena un battibecco. Quest’ultima sostiene infatti che la contaminazione da GenX in falda (un altro “cugino” dei Pfas lavorato in passato dalla Miteni) sia finito per l’appunto in falda a causa dei carotaggi (che secondo alcune voci circolate nella galassia ambientalista fino ad oggi sarebbero stata comunque ben poca cosa) che gli enti hanno imposto alla Miteni per radiografare lo stato del sottosuolo. Una ipotesi seccamente respinta al Mittente da Arpav la quale spiega che nessun inquinamento è addebitabile alla condotta dell’agenzia.

LA NOVITÁ

Frattanto a l’associazione arzignanese Cillsa, che da tempo si spende sul piano delle battaglie ambientali, sul suo blog commenta molto entusiasticamente la decisione della agenzia alimentare europea, l’Efsa, di abbassare «di 1500 volte la quantità di Pfas» tollerabile nei cibi e nell’acqua potabile. «I valori proposti... fanno giustizia di tutti i limiti di tolleranza farlocchi inventati e ripetutamente modificati, per l'acqua e per gli alimenti in questi ultimi anni». Appresso un duro j’accuse: «Adesso inizia la guerra da parte delle multinazionali dei Pfas e della diossina finalizzata a vedere innalzati i limiti di tolleranza. Speriamo che almeno questa volta si riesca a far valere il diritto alla salute su quello al profitto». Del caso Pfas per di più si è occupato pure il consigliere regionale democratico Andrea Zanoni

L’ATTEGGIAMENTO DELL’ESECUTIVO

Rimane poi da capire quale con quale stato d’animo la giunta regionale abbia accolto la notizia della maxi sanzione amministrativa (quasi 3,7 milioni di euro) patita da Miteni per omessa comunicazione ambientale, un mese e mezzo fa. Quello che è certo infatti è che l’esecutivo è entrato in possesso ufficialmente di un lungo estratto della multa elevata dal Noe il 24 luglio. Il documento che Vicenzatoday.it è in grado di mostrare in anteprima porta la medesima data e il protocollo numero 309128. I motivi per cui l’esecutivo guidato dal leghista Luca Zaia, pur a fronte dei numerosi richiami in materia di trasparenza, non abbia mai reso pubbliche quelle carte è tutto da chiarire. Del verbale del Noe peraltro si è occupato in queste ore anche il consigliere regionale Andrea Zanoni del Pd che sul portale notizie della Regione veneto ha lanciato una stilettata proprio all’indirizzo della fabbrica trissinese.


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Miteni bonifica



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Pfas, Bottacin: “La bonifica l’ha imposta la Regione”

Pfas, Bottacin: “La bonifica l’ha imposta la Regione”

Venezia – Decisamente, a Venezia, in Regione del Veneto, non hanno gradito le affermazioni di oggi della Miteni di Trissino, o quantomeno non è piaciuta l’interpretazione che l’azienda, considerata la principale responsabile del disastro Pfas, ha dato sulla conferenza di servizi che si è tenuta ieri e che ha stabilità i tempi della bonifica del siti industriale. Dopo le piccate precisazioni della giunta regionale, ecco intervenire ora l’assessore all’Ambiente, Giampaolo Bottacin, che ricorda all’azienda come il progetto di bonifica entro 60 giorni sia stato imposto, a Miteni, dalla Regione, e che ora non ci sono più alibi.
Gianpaolo Bottacin
Gianpaolo Bottacin
“La svolta – ha detto Bottacin – l’ha data la relazione presentata ieri dal prof. Beretta, del Politecnico di Milano, incaricato dalla Regione come esperto per gli aspetti idrogeologici della questione, che abbiamo dovuto attivare in sostituzione delle attività non svolte dalla Miteni. Beretta ha approfondito e chiarito tutti gli aspetti poco o non considerati dall’Azienda che, secondo la stessa, non avrebbero consentito di presentare il progetto di bonifica”.
“Beretta – ha aggiunto Bottacin – è stato incaricato alla luce dei ritardi dell’azienda nel procedere con il Piano di bonifica, e ha messo a disposizione tutti gli elementi conoscitivi necessari, che hanno vanificato gli atteggiamenti dilatori con motivazioni legate alla presunta non conoscenza degli aspetti idrogeologici. Da oggi, anzi da ieri, la Miteni non può più astenersi dal realizzare la bonifica entro i tempi definiti”