sabato 23 marzo 2019

PFAS: I carabinieri mettono sotto accusa Provincia e Procura di Vicenza

Ia vera colpevole per non averci informati prima sull'inquinamento da Pfas è la nostra provincia di Vicenza che doveva avvisare prima di tutto ARPAV e non l'aveva fatto
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Giornata Mondiale dell'acqua anche a Lonigo il 29 marzo: L'acqua è davvero un diritto in Italia?

In Italia, l'acqua è un diritto?



Dirittoacqua Lisa Gelli-4 def"In Italia, l’acqua è un diritto?" è un progetto di ricerca realizzato dall'Associazione Acqua Bene Comune Onlus.
Gli obiettivi sono diffondere la consapevolezza su alcuni aspetti della gestione dell’acqua in Italia al fine di promuovere il risparmio idrico e la partecipazione consapevole dei cittadini nella gestione dell’acqua.
Sono stati individuati tre casi studio su cui si sono svolti approfondimenti e sono state effettuate delle video-interviste al fine di verificare la violazione del diritto all'accesso all'acqua.
In particolare in Calabria a Rossano, Lamezia Terme e Cotronei dove nel 2018 decine di migliaia di persone per decine di giorni hanno subito la sospensione del servizio.
Oppure tra le province di Vicenza, Verona e Padova dove l’inquinamento da PFAS delle acque è un disastro ambientale che mette in pericolo la salute di centinaia di migliaia di persone. 
Altra questione analizzata è quella legata alla crisi idrica che nel 2017 ha toccato il Lago di Bracciano e di cui ancora oggi se ne vedono le conseguenze. Per cui si è provato a ricostruire le ragioni che hanno portato a quella crisi, oltre ad un quadro aggiornato dello stato del lago.
Anche grazie a questi contributi si è prodotto un dossier sulla gestione dell’acqua in Italia e sulle sue problematiche, e una video-inchiesta sui tre casi studio.
Entrambi saranno presentati durante le seguenti iniziative pubbliche:
 
E' stata preparata anche una brochure illustrativa del dossier, è possibile scaricarla qui
DOSSIER - L'ACQUA, IN ITALIA E' UN DIRITTO?
 VIDEO-INCHIESTA - L'ACQUA, IN ITALIA E' UN DIRITTO?


IN CALABRIA VIENE RISPETTATO IL DIRITTO ALL'ACCESSO ALL'ACQUA?I TRE CASI ANALIZZATI (Lamezia Terme, Rossano, Cotronei), DICONO DI NO! 
  
CHE COSA SUCCEDE AL LAGO DI BRACCIANO?
LA CRISI IDRICA DEL 2017: CAUSE ED EFFETTI

CHE COSA SUCCEDE CON L'INQUINAMENTO DA PFAS IN VENETO?
UN DISASTRO AMBIENTALE CHE METTE IN PERICOLO LA SALUTE DI CENTINAIA DI MIGLIAIA DI PERSONE

lunedì 21 gennaio 2019

Miteni: IL PREAMBOLO E I NOMI DEGLI INDAGATI di Marco Milioni

Sono passate poche ore dalla decisone della procura di Vicenza di chiudere le indagini sull’affaire Miteni e già fioccano le polemiche sulle scelte adottate dai magistrati berici sui quali si è scagliata Legambiente del Veneto che parla di «deludente la mancata applicazione delle legge sugli eco-reati».

IL PREAMBOLO E I NOMI DEGLI INDAGATI

Quando ieri dagli uffici della procura della Repubblica di Vicenza è filtrata la notizia della chiusura delle indagini è stato fin da subito possibile avere una istantanea degli indagati rispetto ai quali le toghe si apprestano a chiedere il rinvio a giudizio.
L’elenco è composto da quattro giapponesi, ex manager di Mitsubishi la corporation, proprietaria della trissinese Miteni fino al 5 febbraio 2009- Maki Hosoda, Kenji Ito, Naoyuki Kimura e Yuji Suetsune, quest ultimo già presidente del consiglio di amministrazione -, poi ci sono altri quattro manager riferibili ad Icig international, la holding germanico-lussemburghese subentrata nella proprietà della fabbrica trissinese sino al recente fallimento del 9 novembre 2018 ; risultano poi indagati altri cinque tra ex manager e ex funzionari di Miteni con delghe specifiche in tema di sicurezza e ambiente. Si tratta dell’ex amministratore delegato Luigi Guarracino, dell’ex direttore tecnico Mario Fabris, di Mauro Cognolato, di Davide Drusian e di Mario Mistrorigo. Antonio Nardone, ultimo amministratore delegato di Miteni, è invece uscito dall’inchiesta poiché il suo arrivo sulla plancia di comando dell’azienda sarebbe troppo tardivo rispetto a reati che si sarebbero materializzati ben prima e che quindi non sarebbero a lui riconducibili.

LE ACCUSE

A vario titolo gli indagati sono accusati dai sostituti procuratori Hans Roderich Blattner e Barbara De Munari di avere inquinato l’ambiente sapendo di farlo, senza adottare adeguate contromisure e senza informare le autorità preposte. Tra le evidenze che i magistrati avrebbero portato a sostegno dell’impianto accusatorio c’è l’aspetto della compravendita del 2009 quando Miteni fu venduta dai Giapponesi ad Icig al prezzo di un euro pur a fronte di una società che valeva aleno quindici milioni. Si tratterebbe della indicazione rispetto ad un incombente costo di bonifica ascrivibile ad un inquinamento storico del quale i manager chiamati in causa fossero perfettamente a conoscenza. Il dettaglio emerse alcuni anni fa quando i carabinieri del Noe di Treviso, che ha svolto la maggior parte delle indagini preliminari, scovarono la documentazione della compravendita tra il gruppo nipponico e quello europeo. Secondo i magistrati berici però le contestazioni penali arrivano sino al 2013. Anno dal quale Miteni avrebbe cominciato un percorso di collaborazione con le istituzioni. Sul piano più formale la contestazione dei reati è quella di avvelenamento delle acque e disastro innominato in concorso con l’aggravante del dolo.

LA STOCCATA

Frattanto fra i vari protagonisti della vicenda, mondo ambientalista in primis, giungono i primi commenti sulle novità emerse a Borgo Berga, sede del palazzo di giustizia vicentino. Tra le primissime c’è stata quella di Legambiente Veneto che contesta la scelta della procura di fissare al 2013 il termine per la ricerca degli illeciti. Se le condotte degli ex manager fossero state ritenute penalmente rilevanti sino ai nostri giorni si sarebbe applicato il nuovo codice dei reati ambientali: che non solo prevede pene più severe ma limita il rischio della prescrizione. «La nostra associazione - si legge in un dispaccio pubblicato poche ore fa sul suo portale veneto - approfondirà i motivi per cui, allo stato attuale, non sono state applicate le fattispecie delle legge 68 del 2015, tra cui quella di disastro ambientale... che, a differenza di quella di disastro innominato, ha tempi di prescrizione ben più lunghi e rende meno difficoltosa l’identificazione dei responsabili».

QUESTIONE IN PUNTA DI DIRITTO

E mentre aumentano i malumori nella galassia ecologista e dei comitati per il cammino intrapreso dalla procura, la partita si trasferisce dal campo delle indagini preliminari a quella della interpretazione in diritto delle evidenze acquisite dagli investigatori.

La Miteni a partire dal 2013 ha davvero cominciato a collaborare o la cosiddetta autodenuncia altro non fu l’esito di una indagine sui Pfas che in realtà aveva preso il là grazie alla iniziativa del Cnr e dell’Arpav veneta? Le operazioni di sequestro materialmente condotte dai carabinieri, i documenti scovati da questi ultimi durante le perquisizioni, la maxi sanzione amministrativa da oltre tre milioni di euro comminata dal Noe a Miteni nel luglio dello scorso anno sono la spia di un managemet che ha tenuto un comportamento omissivo ed inerte o comunque non dimostrano una condotta penalmente rilevante, quanto meno per il periodo successivo al 2013? Le risposte a questi quesiti potrebbero fare capolino tra le pieghe del fascicolo relativo alla inchiesta. Si tratta del fascicolo 1943/16 mod. 21 al quale adesso potranno accedere le parti. Rispetto a quest’ultimo al momento non è nemmeno dato sapere se vi siano parti offese. E non è da escludere che, anche alla luce delle informazioni scritte nero su bianco in quegli atti, le associazioni ambientaliste facciano sentire la loro voce, anche all’ufficio del giudice delle indagini preliminari perché quest’ultimo riformuli le accuse.

LO SCENARIO

Bisognerà capire adesso che cosa succederà rispetto all’altro filone d’inchiesta rimasto allo stadio delle indagini preliminari, quello sugli sversamenti «dell’acido GenX»: rispetto al quale sembra che saranno distillate accuse di tipo colposo e non doloso. Altro capitolo invece è quello degli esposti redatti dalla Cgil, in cui si ipotizzano le lesioni a danno degli operai. In ultimo poi ci sono le denunce della associazione Greenpeace sulle presunte condotte omissive tenute da alcuni uffici regionali. Indiscrezioni giunte da Venezia parlano di uno o più fascicoli aperti proprio presso la procura del capoluogo regionale, competente per eventuali reati commessi dai funzionari della Regione o delle agenzie collegate alla regione.

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Pfas, i rischi per la salute: incontro pubblico ad Alessandria


Pfas, i rischi per la salute: incontro pubblico ad Alessandria

Appuntamento venerdì 18 gennaio all’ex Taglieria del Pelo alle 21. Il dibattito è organizzato da Legambiente, Pro Natura e Movimento di lotta per la salute Giulio A. Maccacaro




Un impianto del Polo Chimico di Spinetta Marengo.

Il 18 gennaio è in programma ad Alessandria un incontro pubblico sul tema delle Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche molto utilizzate in campo industriale. L’appuntamento è alle 21 all’ex Taglieria del Pelo, in via Wagner 38/D. Nel corso dell’incontro si parlerà dei rischi per la salute nel territorio di Alessandria, dove è stato provato l’uso di queste sostanze in particolare nel Polo Chimico di Spinetta Marengo.
Il Pfoa, perfluoroalchilico cancerogeno e interferente endocrino, è stato per anni scaricato dalla Solvay di Spinetta Marengo e si è propagato nell’ambiente e nelle falde acquifere defluendo attraverso Bormida e Tanaro fino ad inquinare le acque del Po. La sostanza è arrivata fino ai prodotti alimentari e al corpo delle persone: è presente nel sangue dei lavoratori del Polo Chimico e presumibilmente dei cittadini di Alessandria. 
Nel 2016, il National Toxicology Program (NTP) ha concluso che il Pfoa e il Pfas sono considerati un rischio per la funzione del sistema immunitario sano negli esseri umani. Ricerche condotte su animali hanno dimostrato come possono causare cancro al fegato, ai testicoli, al pancreas e alla tiroide. Nel Veneto si è sollevata una grande preoccupazione per gli effetti sulla salute degli Pfas a causa dell’inquinamento presente in quelle zone.
Il convegno di Alessandria è organizzato da Legambiente, Pro Natura e ‘Movimento di lotta per la salute Giulio A. Maccacaro’. Saranno presenti per Legambiente il presidente nazionale Giorgio Zampetti, Fabio Dovana e Piergiorgio Boscagin, rispettivamente presidenti di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta e del Circolo Perla Blu di Cologna Veneta. Sono stati inoltre invitati a intervenire i rappresentanti istituzionali di Comune, Provincia, Regione, Asl e Arpa.