Visualizzazione post con etichetta inquinamenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta inquinamenti. Mostra tutti i post

venerdì 18 marzo 2016

Cina: emergenza veleni nelle falde acquifere

Cina: emergenza veleni nelle falde acquifere

Trecento milioni di cinesi bevono acqua inquinata. Da arsenico come da fluoro. E il 20% di quella definita «potabile» non è a norma. Soprattutto nell'Henan.

da Pechino
 
In Cina sono state rilevate nell'acqua quantità di arsenico e fluoro oltre i limiti di sicurezza.
In Cina sono state rilevate nell'acqua quantità di arsenico e fluoro oltre i limiti di sicurezza.
Nella Cina del 2014 circa due terzi delle falde acquifere e un terzo delle acque di superficie non erano adatte al contatto con gli esseri umani.
È questo il risultato pubblicato dal ministero cinese per la Protezione ambientale. La qualità dell'acqua è misurata con un numero da uno a sei. Se è pari o inferiore a tre è adatta all'utilizzo da parte dell'uomo.
E solo il 4% delle acque di superficie monitorate nello studio raggiunge lo standard più elevato.

ARSENICO LETALE. Il primo caso di intossicazione da arsenico venne identificato in Cina nel 1970 e già nel 1994 le autorità di Pechino la definirono una delle «più importanti malattie endemiche» del Paese: oggi alti livelli di arsenico nell'acqua mettono a rischio la salute di 600 mila cinesi.
L'esposizione a lungo termine all'arsenico invece interessa quasi la metà della terre cinesi e può causare problemi alla pelle e cancro ai polmoni, alla vescica, alla pelle e ai reni.
CONTAMINAZIONI DA FLUORO. Non solo. Ventuno milioni di persone subiscono gli effetti dell'esposizione a un livello di fluoro troppo alto. Un fenomeno che alla fine del 2013 coinvolgeva oltre 1.000 contee. Secondo Gao Yanhui, esperto presso il Centro Nazionale per il Controllo delle Malattie Endemiche, 87 milioni di persone sono a rischio di malattie causate dall'eccessiva esposizione a questo tipo di agenti.
Tra tutte la fluorosi scheletrica, una condizione causata dall'iperassunzione del minerale che colpisce le ossa e le articolazioni e che può portare nei casi più gravi alla paralisi.
LA PIAGA DELL'HENAN. Problematiche che si riscontrano soprattutto nelle piane del Nord con un picco nella sfortunata regione centrale dell'Henan, la culla della civiltà cinese.
Quello che preoccupa il Centro è che le percentuali sono molto simili a quelle di una decina di anni fa nonostante il governo centrale abbia già speso miliardi per migliorare l'acqua potabile delle aree rurali.

Trecento milioni di cinesi bevono acqua inquinata

Il presidente cinese, Xi Jinping.
(© GettyImages) Il presidente cinese, Xi Jinping.
Si è anche scoperto che l'acqua di falda fortemente inquinata è la causa degli oltre 200 cosiddetti “villaggi del cancro”.
La prova sono le analisi condotte dall'Istituto cinese per le risorse idriche nel 2013: il 55% dei villaggi monitorati presentano acque inquinate. L'acqua di falda è la sola potabile disponibile per il 60% della popolazione cinese.
IL 20% DELLE ACQUE POTABILI NON È NORMA. Ne deriva che oltre 300 milioni di cinesi non hanno accesso all'acqua non inquinata e molti di questi la bevono nonostante non sia stata trattata. E anche per quanto riguarda l'acqua potabile in Cina non si può star sicuri.
Lo stesso studio indicava che almeno il 20% dell'acqua definita potabile non soddisfa in realtà gli standard internazionali. Ed è preoccupante che alcune falde sono inquinate anche se si trovano a 100 metri di profondità nel terreno.
Lo studio ha dimostrato come, nel corso degli anni, l'accumulo di sostanze tossiche nel suolo abbia fatto schizzare in alto la percentuale dei tumori tra la popolazione locale. Un altro studio del 2006 denunciava che il 90% delle falde in prossimità delle metropoli è inquinato come anche il 70% dei fiumi e dei laghi.
IL GOVERNO SI MUOVE. Il 16 aprile scorso il governo ha presentato un piano che prevede che il 70% delle acque di superficie torni a essere in buone condizioni entro il 2020.
Fonti vicine al governo hanno rivelato al settimanale Caixin che ci sono voluti due anni per arrivare a questo punto e che il piano ha subito almeno 30 revisioni. Secondo lo schema diffuso dal governo bisognerà comunque aspettare il 2050 perché la situazione delle acque veda un miglioramento apprezzabile su tutto il territorio nazionale.
Nel frattempo, entro il 2020, il 93% dell'acqua potabile delle città dovrà essere pari o migliore del livello tre, mentre le falde acquifere e le acque litoranee dovranno migliorare sensibilmente.
Nella pratica però sono indicati pochi strumenti. Entro il 2015 i governi locali dovranno censire le acque «nere e maleodoranti» e programmare i tempi per risolvere i problemi ambientali. Come? Intanto risalendo alle fonti di inquinamento, smaltendo meglio i rifiuti e ripristinando un «ambiente favorevole».
PICCOLE INDUSTRIE NEL MIRINO. Le piccole industrie fortemente inquinanti come le cartiere e quelle che producono fertilizzanti e pesticidi dovranno chiudere entro il 2016 e dal 2018 ogni città dovrà pubblicare i dati sullo stato dell'acqua potabile.
All'inizio di quest'anno un tribunale della regione del Jiangsu ha multato per un totale di 160 milioni di renminbi (oltre 21 milioni di euro) sei imprese accusate di avere inquinato due fiumi.
Vi avevano scaricato circa 25 mila tonnellate di rifiuti chimici e si sono beccate quella che secondo l'agenzia di Stato, Xinhua, è stata la multa più alta mai inflitta a inquinatori cinesi.
Quattordici persone giudicate dirette responsabili del reato sono state condannate a pene comprese tra i due e i cinque anni, a loro volta corredate da multe. Una sentenza esemplare, che forse ha finalmente segnato il giro di boa della lotta cinese all'inquinamento. 
© RIPRODUZIONE RISERVATA

venerdì 1 gennaio 2016

Sos Bacchiglione Chi beve l’acqua finisce in ospedale e il Retrone è pieno di Pfas

Sos Bacchiglione
Chi beve l’acqua
finisce in ospedale

Il Bacchiglione a Ponte degli Angeli in questi giorni ridotto ai minimi termini dalla lunga siccità
Il Bacchiglione a Ponte degli Angeli in questi giorni ridotto ai minimi termini dalla lunga siccità
L’ultimo episodio qualche settimana fa, con 12 persone finite in ospedale dopo aver mangiato pesce del Bacchiglione. Prima si erano ammalati anche due ragazzini caduti nel fiume. Senza contare quel centinaio di residenti in zona Stadio avvelenati nel 2002 dall’acqua del fiume finita per errore nella rete idrica pubblica tramite l’impianto di irrigazione del Menti. Così se la domanda è posso bere un bicchiere di acqua del Bacchiglione, la risposta è facile: no. Perché le probabilità di finire all’ospedale con un’infezione intestinale è decisamente alta.
Se invece volete sapere cosa c’è dentro un bicchiere d’acqua del Bacchiglione mentre passa da Vicenza, è un po’ più complicato. Ma si può partire dalla classifica finale del rapporto sullo Stato delle acque superficiali del Veneto dell’Arpav per il 2014. Che giudica la salute del Bacchiglione “scarsa”. Da molti anni a questa parte.
Stabilire cosa c’è dentro l’acqua di un fiume non è semplice, si diceva. Perché le variabili sono molte: un’analisi cambia se il fiume è in piena o in secca, se è inverno o estate, se la fai a monte o a valle di una città o di una zona molto abitata o industrializzata, se la fai prima o dopo la confluenza di un altro corso d’acqua. In tutto dai confini con il Trentino a Padova sono 38 le stazioni di rilevamento dell’acqua. Due quelle di Vicenza città: la 95 all’altezza di viale Diaz, la 1024 a Borgo Berga subito dopo la confluenza con il Retrone.
Come funzionano le analisi? «Usiamo degli indicatori di legge - spiega Francesca Ragusa dell’Osservatorio acque interne dell’Arpav -, e in base a questi prepariamo le tabelle. Facciamo delle analisi del rischio, un po’ come fa un medico quando visita un paziente. E cioè se è un fumatore, se è sovrappeso, ecc. Per un fiume guardiamo se ci sono zone agricole, che tipo di scarichi ci sono, se passa da aree industriali, città. Poi giudichiamo il livello di salute: elevato, buono, sufficiente, scarso o cattivo».
E allora vediamo cosa dice il dottore con le analisi del Bacchiglione. Con due premesse banali: l’acqua è più pulita vicino alla sorgente e si “sporca” man mano che scende. Quindi alla fine quella che hai è una media. Ad esempio il fiume che esce da Vicenza con un giudizio sufficiente a Padova diventa scarso vicino a pessimo. Seconda nota: il 2014 è stato un anno molto piovoso. «Uno degli indicatori che usiamo è quello delle comunità biologiche presenti nel bacino - dice sempre Ragusa -. Insomma l’insieme degli esseri viventi di quel fiume, a parte i pesci che noi come Arpav non valutiamo. Ma ci sono diatomee, macrofiti, macroinvertebrati». Traduzione: alghe e piccoli molluschi, come i gamberetti sul fondo del fiume. La presenza (o l’assenza) di alcuni di questi indica lo stato di salute delle acque. «E il Bacchiglione non sta bene da questo punto di vista, il livello è scarso». In molti casi anche cattivo.
Meglio quanto ad altre sostanze chimiche. Ad esempio c’è poca presenza di azoto e fosforo. Poi ci sono variazioni a seconda delle stazioni: in viale Diaz sono stati rilevati cromo, piombo, cloroformio e tetracloroetilene. Ma scompaiono tutte meno l’ultima a Borgo Berga. Soluzione del mistero? «A metà strada entra l’Astichello che probabilmente diluisce l’acqua» dicono dall’Arpav. Quasi assenti invece antiparassitari e diserbanti usati nei campi.
Infine la carica batterica, che piazza il fiume al livello peggiore: «La legge oggi non chiede più di misurare i coliformi - spiega Francesca Ragusa -, cosa che secondo noi è sbagliata. Noi però lo facciamo lo stesso perché abbiamo la serie storica». Risultato: malissimo in viale Diaz con alta concentrazione di escherichia coli e male anche a Borgo Berga. Conclusione: non bevetela quell’acqua.
Alessandro Mognon

domenica 22 novembre 2015

Greenpeace, L’Arena e le mele avvelenate

Un consiglio? mangiate mele biologiche non hanno traccia di pesticidi e se non volete spendere troppo iscrivetevi a un gruppo di acquisto solidale Emoticon wink o fatene altri di gruppi di acquisto solidali - GREENPEACE
IL 16 giugno 2015 Greenpeace pubblica i risultati delle analisi di 85 campioni di acqua e suolo prelevati in dodici Paesi europei. Nel rapporto vengono presentati 36 campioni di acqua e 49 di suolo, raccolti durante i mesi di marzo e aprile 2015 in meleti a ge...
Altro...
Greenpeace pubblica 2 rapporti sulle analisi delle acque nei meleti e sulle tracce di pesticidi nelle…
veramente.org

mercoledì 11 novembre 2015

Bassano:I rifiuti nelle grotte mettono a rischio l’acqua potabile

L'acquedotto di Bassano e dell'alto padovano in pericolo inquinamento causa discariche nell grotte di più di 40 annia fa( chissà con quali rifiuti dentro). GdV di oggi : INQUINAMENTO.Una decina le discariche autorizzate 40 anni fa
I rifiuti nelle grotte
mettono a rischio
l’acqua potabile
L’allarme degli speleologi:«In24 ore le sostanze
possono finire nel sottostante bacino di Oliero»
Gerardo Rigoni
Tra gli anni Sessanta e Settanta
fu autorizzata in Altopiano
una decina di discariche
in altrettante grotte e cavità
carsiche. La pratica fu
completamente abbandonata
solo nel 1982, quando lo
Stato italiano recepì una direttiva
europea in tal senso:
in queste grotte, e nellenumerose
altre sorte abusivamente,
si è accumulata un’enorme
quantità di immondizia,
e non si può escludere la presenza
di sostanze nocive che,
a loro volta, potrebbero finire
nel bacino idrico di Oliero,
dopo 12 chilometri di percorso.
Dal bacino pesca l’acquedotto
che rifornisce il Bassanese
e l’Alta Padovana, gestito
da Etra: se è chiaro che
l’acqua viene continuamente
controllata, esaminata e resa
salubre, la presenza dei rifiuti
si traduce in un rischio ancora
attuale.
Le grotte di Oliero ricevono
circa l’80 percento dell’acqua
dall’Altopiano di Asiago. Il sistema
dei percorsi sotterranei
viene tuttora studiato da
varie Università, tra cui gli
atenei di Padova, Firenze e il
Politecnico di Torino, Qualche
giorno fa gli studiosi hanno
immesso una sostanza colorante,
la fluoresceina, nel
torrente che attraversa Gallio
ed Asiago: è stata rilevata
a Oliero dopo sole 24 ore
dall'emissione, raggiungendo
la massima concentrazione
dopo 16 giorni ed esaurendosi
dopo 50 giorni. A dimostrazione
di quanto sia pericolosa
la dispersione
nell’ambiente di inquinanti.
Sull’Altopiano sono censite
oltre 2.500 tra grotte e cavità
carsiche, di cui 1.500 solo nel
territorio di Asiago. Si suppone
che ne esista almeno il triplo.
Se ne occupano gli speleologi
della Federazione speleologica
veneta, che coordina
i rapporti tra i 28 gruppi
grotte presenti in Veneto. Ne
fa parte anche il gruppo speleologico
Settecomuni, una
trentina di appassionati che
dal 2009 gestiscono il Museo
dell’Acqua in località Kaberlaba.
«Gli acquiferi carsici
rappresentano il40percento
delle fonti di approvvigionamento
idrico – spiega Corrado
Corradin del gruppo
speleologico 7C - La grotta di
Oliero, con i suoi 15 metri cubi
d’acqua al secondo, potrebbe
far fronte al fabbisogno di
buona parte del Veneto».
Tuttavia, come si è detto,
molte grotte sono state utilizzate
come ricettacolo di rifiuti
con autorizzazione dei Comuni.
“Sprunk”, “Brutto buso”.
“Mosca” sono tra le discariche
legali, ma anche numerose
doline nei prati sono stati
ripianate con rifiuti. Poi ci
sono le cavità usate come discariche
abusive.
«Il problema aumenta negli
anni ’60 e ’70 quando si
introducono confezioni di
plastica e polistirolo - riprende
Corradin - Prima il ferro
era recuperato, il legno bruciato,
la carta riutilizzata, il
vetro reso, l’umido usato come
concime». Quando nel
2011 entrarono in vigore le
norme per lo smaltimento di
pneumatici, batterie d’auto e
olii motore esausti, con tanto
di registri, aumentò il rischio
che i materiali venissero abbandonati
nelle grotte.
«Gli studi dimostrano come
l’acqua attraversi l’Altopiano
senza trovare ostacoli
– conclude Corradin - Mentre
il lungo tempo di smaltimento
indica che la diluizione
avviene in grandissime
masse d’acqua. Un problema
che non coinvolge solo la nostra
generazione,male generazioni
future».•

giovedì 13 agosto 2015

Merito dei floruri inquinanti a Lobia si rifà acquedotto e fognatura

Dopo un caso di positività ora rientrato in un pozzo a Lobia di pfas fuori norma, Acque Vicentine fa un investimento di 550 mila euro per sistemare acquedotto e per fognature

mercoledì 22 aprile 2015

Il tubone ritarda il gassificatore

Il progetto del gassificatore non è stato accantonato. Ci spiace per le associazioni che speravano di avere vinto su questo progetto ma temiamo che la lotta sia ancora dura e lunga. Noi di ABC Vicenza ai primi di febbraio siamo stati a parlare con Serafin, l'amministratore unico di Acque del Chiampo il quale ci disse che il gassificatore è un progetto futuro e neccessario,  ma per il momento non proponibile,  visto cosa succede alle grandi opere in Veneto con la corruzione enorme che c'è.Fino a che si trovano discariche i fanghi sono sicuri poi si dovrà intervenire con la gassificazione onde non sommergerci di fanghi e visto che nella nostra zona ce ne sono già nove discariche! 

Sul Gdv del 21 Aprile 2015  l'articolo che annuncia che per finanzaire il prolungamento del tubone ARICA fino al depuratore di Cologna Veneta si sono usati in parte i soldi che erano destinati al gassificatore. Ma il gassificatore altro che accantonato! anzi secondo Conte viaggeranno insieme i due progetti e cioè Tubone e Gassificatore!
Molto importante l'articoletto in mezzo che sull'indagine epidemiologica riguardo i cittadini che si son bevuti per anni acqua contenente Pfas sta per iniziare a Lonigo Sarego e Brendola e già si sanno i nomi dei 120 cittadini scelti. Poi si procederà anche ad analizzare gli alimenti prodotti da chi ha i pozzi privati inquinati-

sabato 28 marzo 2015

Valdagno: Scarichi abusivi nel torrente, è mistero

E leggete qui cosa succede a Valdagno ci sono strani scarichi nel torrente e non si capisce da dove provengano.Valdagno, scarichi abusivi nell'Agno
Da giorni misteriosi scarichi immettono acqua e schiuma colorata nell'Agno, ed in città sono in molti a guardare con crescente preoccupazione il fiume. L'ultimo episodio, dopo quelli registrati negli scorsi giorni all'altezza del ponte della Vittoria e in zona dell´affluente Rio, in zona Dam, Dopolavoro aziendale Marzotto, all'altezza della stazione Ftv.

venerdì 27 marzo 2015

Scarichi fognari manomessi in conceria GdV del 25 marzo 2015

Anche se abbiamo depuratori e Tubo Arica nessuno ci può salvare da questi farabutti che pur di non pagare truffano così i controlli :
Scarichi fognari
manomessi in conceria GdV del 25 marzo 2015
Due aziende segnalate in procura Avevano installato un sistema per immettere dell'acqua pulita nel condotto dei reflui conciari
Due segnalazioni alla procura della Repubblica di Vicenza negli ultimi sei mesi, presentate da Acque del Chiampo, in seguito alla scoperta di manomissioni sul condotto di scarico delle acque reflue di una coppia di concerie di Arzignano, la Belvedere Srl, segnalata il 5 febbraio 2015, e l'unità produttiva Sarego Pelli il 14 luglio 2014. Ma anche la necessità di una modifica al regolamento di depurazione vigente, per non dover procedere alla sospensione dell'autorizzazione dello scarico, come oggi previsto, che può significare l'interruzione temporanea dell'attività produttiva della conceria, con conseguenze pesanti per tutti i lavoratori e per le aziende stesse.
Un difficile intrico, anche di tipo etico, per Acque del Chiampo che di recente si è trovata ad affrontare due casi di manomissione del campionatore automatico delle analisi, allestito in un manufatto all'esterno di ognuna delle 120 concerie della vallata, che prevede l'installazione di un sistema che immette acqua pulita nel condotto di scarico dell'impianto depuratore di Arzignano nel momento del prelievo dei reflui per le analisi.

mercoledì 18 marzo 2015

Liquami della concia nei bagni a Lonigo

A Lonigo è successo anche questo fattaccio nel 2009 .Indagini della Gdf. Annullato il risarcimento a Legambiente perché il danno ambientale è liquidato soltanto allo Stato I reflui delle lavorazioni della pelle di una conceria (anche a Lonigo ce ne sono, poche ma quanto basta!) finivano anche in un lavandino dei bagni aziendali. «Era emerso che l'attività di prelievo dei liquidi dalle cisterne e di utilizzo del tubo per lo scarico di essi in fognatura era svolta giornalmente dal titolare». A scoprirlo era stata la guardia di finanza nel corso di un accertamento e la Cassazione ha respinto il ricorso dell'imprenditore Giovanni Tessari, 56 anni, di Lonigo, titolare anche della Giulipell, ritenendo pacifica la sua responsabilità penale ambientale.
È stato, invece, accolto lo stesso ricorso per Giuliana Visentin, 50 anni, moglie di Tessari, condannata dal tribunale di Vicenza sul presupposto che «sicuramente (costei) ha notato il tubo in questione e avrebbe dovuto quantomeno interrogarsi sulla sua funzione». L'affermazione, scrivono i supremi giudici, «non è idonea di per sé a giustificare la condotta di concorso, nella forma dell'omissione, nel reato contestato a Tessari», poiché per condurre alla condanna della donna, avrebbe dovuto presupporre l'esistenza di un dovere di vigilanza dell'imputata.

Davide Sandini ci consiglia di leggere sul libro "Trissino nel 900"

A tutti gli interessati al problema dei PFAS, colgo l'occasione per citare quanto scritto in un libro sulla storia di Trissino a proposito della Rimar-Miteni, in periodo non sospetto e quindi doppiamente interessante per inquadrare il problema pluridecennale dell'inquinamento connesso: Il libro è "Trissino nel novecento" a cura di Giovanni Luigi Fontana e Gaetano Bressan, Il Poligrafo, 2009 ISBN978-88-7115-649-1. Da pagina 212 a 221 si fa la storia della ditta, compresi ben due "incidenti" ambientali: nel 1966 una fuga di acido fluoridrico che rinsecchi' la vegetazione collinare a valle dello stabilimento, allora ospitato nelle scuderie della villa Marzotto, con conseguente blocco della produzione di APO (come veniva allora chiamato l'Acido Perfluoro Ottanoico, PFOA attualmente). Interessante notare che la leggera contaminazione ambientale rilevata da ARPAV e non ancora spiegata dalla stessa, anche a monte dell'attuale stabilimento Miteni è spiegata invece da tale localizzazione e dal fatto che negli stabilimenti Marzotto al Maglio di Sopra venivano allora applicati tali sostanze ai tessuti. lo scarico in Agno e quindi il passaggio in falda di tali sostanze rende conto della contaminazione a monte della Miteni. Il secondo "incidente" è quello della contaminazione della falda acquifera fino a creazzo ed il conseguente divieto di uso dei pozzi nella zona (non so se mai ritirato) da parte di sostanze prodotte nella stessa Miteni, (residui del Nitro), inquinamento riconosciuto fino dal 1977, e che porto' al blocco della produzione per 14 mesi, ed un processo in cui gli imputati vennero assolti (sorpresa!), e definito un "incidente di percorso". Si noti anche che la Miteni produceva il PFOA ad un costo sei volte inferiore alla Du Pont, che era comunque la metà del prezzo dell'oro. C'è da chiedersi come si facesse a produrre ad un costo tanto basso, e adesso forse sappiamo chi lo sta pagando ora.. consiglio la lettura del libro.

martedì 9 dicembre 2014

DISCARICA DI BUSSI: PM CHIEDE 180 ANNI DI CARCERE

DISCARICA DI BUSSI: PM CHIEDE 180 ANNI DI CARCERE.
Cloroformio 453.333 volte oltre i limiti nella falda superficiale e 46.607 volte nella falda profonda; il tricloroetilene 193.333 volte oltre i limiti nella falda superficiale e 156 nella profonda. Il mercurio 2.100 volte nella falda superficiale; il diclorometano 1.073.333 volte in falda superficiale e 3.267 volte nella falda profonda, il tetracloruro di carbonio 666.667 volte nella falda superficiale e 3.733 volte nella falda profonda. Questi i monitoraggi ambientali fatti dalla società Environ nella zona della discarica di Bussi, la discarica abusiva di rifiuti tossici più grande d'Europa, una superficie grande come venti campi di calcio, per un totale di 500 mila tonnellate di rifiuti.
Durante il processo era stata mostrata una relazione dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) sull’analisi della acque contaminate. Le falde acquifere permeate dai veleni della discarica di Bussi sul Tirino avrebbero contaminato 700 mila consumatori. Uno studio che pesa come un macigno.
L’altro ieri c’è stata la requisitoria nel processo in Corte d’Assise a Chieti.
“Sono stati commessi crimini tra i peggiori del genere in Italia, sulla testa di decine di migliaia di persone. Le pubbliche autorità avvertirono Montedison dell'inquinamento delle acque dei pozzi e non i cittadini, le vittime”. È uno dei passaggi in aula del pm Anna Rita Mantini, durante la requisitoria, nell'ambito del processo a porte chiuse.
L’accusa mostra i documenti. E in particolare ricorda quando nel 1993 una società esterna segnalò a Montedison la grave situazione di inquinamento, sottolineando che le attività erano inadeguate e proponendo investimenti sia per il risanamento che per lo studio degli effetti sulla salute. E su un appunto sequestrato, riconducibile ai vertici Montedison, rispetto allo studio e con riferimento alle vecchie discariche c'è scritto “non ci conviene”.
I PM hanno chiesto per 18 dei 19 imputati delle pene che variano dai 4 ai 12 anni di carcere.
Considerando che si è cominciato a parlare di sversamenti di sostanze tossiche nel 1963 non vi sembra che ci sia voluto un po’ troppo tempo per accorgersene?

Arsenico nell’acqua, aperta procedura contro l’Italia

Arsenico nell’acqua, aperta procedura contro l’Italia

In Italia l’acqua potabile è sempre stata una risorsa di cui gli italiani sono stati orgogliosi e fieri. Per far capire quanto ci tengano si potrebbe ricordare il grande movimento popolare che ha portato al successo del referendum contro la privatizzazione dell’acqua nel 2011. Già allora si discuteva dei problemi della nostra rete idrica, dei grossi investimenti di cui necessitava e della conseguente necessità di permettere l’entrata nel mercato di soggetti privati. Dopo la chiara indicazione politica espressa dal referendum si è però fatto forse troppo poco per la risoluzione di quei problemi, complice la crisi economica e la cronica mancanza di fondi. A sottolinearlo è stata la recente apertura, lo scorso 10 luglio, di una procedura d’infrazione da parte della Commissione Europea, nei confronti dell’Italia per la qualità della nostra acqua.
Il problema non è sicuramente una novità, non riguarda tutto il Paese naturalmente, anzi in molte zone l’acqua potabile è ottima, ma, come è noto, la Commissione non fa distinzioni, chiamando in causa in ogni caso l’Italia in quanto Stato.
L’Unione Europea prevede limiti stringenti per l’acqua destinata all’uso umano: la Drinking Water Directive del 1998 prevede, infatti, il rispetto di circa 48 parametri e indicatori microbiologici e chimici. Lo scopo della Direttiva è di assicurare che l’acqua potabile sia pulita e senza ogni tipo di contaminazione. A tal fine prevede, in caso di violazione, che ogni Stato membro possa ottenere fino a tre deroghe di tre anni ciascuna, in assenza di rischi gravi per la salute e solo se lo Stato presenta un piano serio di rientro nel lungo termine. L’Italia tuttavia non è riuscita a rientrare nei tempi previsti dalla Direttiva. Per ben tre volte infatti ha ottenuto una deroga, cioè finché non è più stato possibile ottenerne. Ora se il problema non si dovesse risolvere velocemente l’unica strada che rimane è quella dell’apertura di una procedura d’infrazione.
Scendendo nel particolare le violazioni riguardano soprattutto il Lazio, in cui, come conclude la nota stampa della Commissione, “il limite per l’arsenico e il fluoruro non è ancora rispettato in 37 zone”. Naturalmente la stessa Regione Lazio sta agendo il più velocemente possibile per porre fine a questa situazione, visto che comunque le deroghe vengono concesse solo in presenza di un piano di rientro. Già nel 2011 veniva nominato un Commissario Delegato per l’emergenza e venivano poi avviati interventi per circa 12 milioni di euro, con fondi messi a disposizione dalla stessa Regione Lazio.
Questa prima tranche di interventi, chiamata Prima fase, serve per risolvere il problema in quei comuni in cui la concentrazione di arsenico nell’acqua è superiore ai 20 microgrammi/litro. Successivamente la stessa Regione ha stanziato altri 24 milioni di euro per attuare la seconda fase, cioè intervenire anche in quelle aree in cui la concentrazione è compresa tra i 10 e i 20 microgrammi/litro, con la realizzazione di 49 potabilizzatori in 35 comuni. Infine, come spiega la stessa Regione in una nota, il Lazio “ha deciso di investire 110 milioni di euro di fondi europei anche per opere finalizzate al raggiungimento di un assetto più stabile e definitivo, attraverso la creazione di nuove connessioni tra acquedotti finalizzate alla miscelazioni di acque provenienti da siti diversi, così da addolcire la presenza di arsenico”.
Nel frattempo si continua a utilizzare l’acqua contaminata, ma con le dovute accortezze. Infatti lo stesso Istituto Superiore della Sanità in una nota stampa dell’aprile 2013 ricorda che “l’esposizione umana alla forma inorganica dell’arsenico presente nelle acque è associata a importanti effetti tossici nell’essere umano, tra cui gli effetti cancerogeni a carico di diversi organi” e quindi ne consigliava l’utilizzo per un periodo di tempo il più possibile limitato.
Sembra strano in ogni caso pensare che ben tre deroghe non siano state ancora sufficienti a risolvere il problema. Per questo, dopo la lettera di messa in mora, la Commissione potrebbe procedere oltre aprendo una procedura di infrazione con tutte le conseguenze del caso. D’altronde la sicurezza di un bene primario come l’acqua dovrebbe essere sempre assicurata, a tutela soprattutto dei cittadini e dell’ambiente.

Nel Comune di Villarsa (TN), chi inquina PAGA!

25 agosto Nel Comune di Villarsa (TN), chi inquina PAGA!

Nel Comune di Villarsa (TN) è avvenuto qualcosa di estremamente importante – di cui riportiamo notizia negli allegati – che speriamo possa fare scuola presto in tutta Italia. Cosa è successo? Che l’amministrazione comunale ha adottato con specifica delibera (vedi allegato) il principio di tutela ambientale, per cui si può produrre solamente agricoltura biologica. Coloro che non si attenderanno a tale delibera saranno sanzionati.
Credo sia un primo vero, importante e serio passo verso la responsabilizzazione dei produttori e dei cittadini. Il principio che coloro i quali inquinano la passano quasi sempre franca, ha concesso negli anni la drammatica possibilità di fare enormi danni all’ambiente e alle persone.
Auspichiamo che l’iniziativa del comune di Villarsa possa rivelarsi valida, fattiva e che soprattutto possa diffondersi presto su tutto il territorio nazionale. A tal proposito invitiamo tutti i nostri lettori a diffondere la notizia il più possibile, leggendo e divulgando gli allegati.