venerdì 9 febbraio 2018

La sindaca di Pojana Maggiore " No Pfas" Chiede spazio Giornale di Vicenza 18 gennaio 2018

La sindaca “No-Pfas” chiede spazio


<COBIANCO> Matteo Guarda : Si ricandida nel Cda di Acquevenete la sindaca di Pojana Maggiore, Paola Fortuna, cercando di entrare nella stanza dei bottoni della società a capitale pubblico nata a dicembre dalla fusione di Centro Veneto Servizi e Polesine Acque che si occupa della gestione del servizio idrico integrato in 110 Comuni veneti, compresi una decina di vicentini. La sua candidatura, dopo un mandato in Cvs e due mesi nel Cda di Acquevenete, aiuterà a rappresentare i paesi della Zona Rossa, l'area colpita dai Pfas Sindaco è della partita dunque? Sì, sarò una dei candidati della lista che avrà come capolista Piergiorgio Cortellazzo, il presidente uscente di Cvs, l'ente che secondo i patti parasociali dovrà esprimere il prossimo presidente. Con lui proprio in questo periodo ho lavorato per creare una squadra che rappresentasse la continuità con il Consiglio passato, che è la garanzia che il percorso fatto fino a questo momento possa proseguire. E si è lavorato soprattutto per cercare la conferma di alcuni nomi che erano già presenti nei precedenti Cda. Quali sono i punti del vostro programma? La riconferma rappresenta la possibilità di portare alla soluzione le problematiche legate ai Pfas in Zona Rossa che è stata seguita da quando è sorta con grande attenzione e sensibilità proprio da Cvs. Sono questioni che non riguardano soltanto il Vicentino ma che interessano anche il territorio di altri, come quello Montagnana, al confine, e di Comuni veronesi, a cominciare da Roveredo. Per fare fronte comune abbiamo costituito il coordinamento dei sindaci della Zona Rossa, con sedici Comuni rappresentati. Sui Pfas il nostro diventa quindi un lavoro di gruppo che potrà essere ulteriormente valorizzato e trovare riconoscimento con la presenza di uno dei sindaci nel Cda di Acquevenete. Quali sono in concreto le azioni che vorrebbe portare avanti nel Cda? Nuovi investimenti per continuare l'ammodernamento della rete idrica che per il territorio della Zona Rossa vuol dire portare avanti i progetti di approvvigionamento da fonti idriche libere da contaminazioni da Pfas. Quel progetto, giudicato prioritario dalla Regione, ha lo scopo di far arrivare le acque pulite ai Comuni colpiti del Vicentino partendo da Camazzole e passando per Montagnana. Ma servono risorse. Un intervento su cui ci impegneremo per spingere lo Stato e la stessa Regione a dare gli investimenti promessi perché è fondamentale per risolvere il problema. Poi c'è la battaglia per avere, al posto di aumentarle, delle bollette meno pensati con la riduzione delle tariffe che saranno fino al due percento. E se si pensa che in Zona Rossa, dove ci sono i filtri anti Pfas che hanno dei costi di gestione parecchio alti, questo diventa un risultato di assoluto rispetto. • © RIPRODUZIONE RISERVATA
Il sindaco  Paola Fortuna, candidata dell’area berica. FOTO MASSIGNAN

Pfas, don Bizzotto: «chiudere Miteni» 15 gennaio 2018


Pfas, don Bizzotto: «chiudere Miteni»

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Il sacerdote vicentino don Albino Bizzotto, fondatore dei Beati Costruttori di Pace, torna alla carica contro la Miteni, azienda chimica di Trissino accusata dall’Arpav di essere responsabile di oltre il 97% dell’inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche tra le provincie di Verona, Vicenza e Padova. «C’è un solo modo per affrontare il problema dell’inquinamento da Pfas: chiudere il rubinetto da cui si diffonde la contaminazione», dichiara don Bizzotto in un articolo di Luca fiorin su l’Arena di oggi a pagina 23.
«Non capisco che modo di procedere sia quello che non mette in primo piano la salute del pianeta e la salvaguardia dell’acqua, che è l’origine della vita sia materiale che spirituale – ha proseguito don Bizzotto nel corso del suo intervento sabato a un convegno organizzato da Legambiente a Cologna – La situazione è preoccupante, visto che le sostanze perfluoro-alchiliche finiscono nel sistema endocrino delle persone e negli alimenti. Io mi metto nei panni di una donna che sta per partorire e già sa che la sua creatura ha una salute a rischio e non posso non sentirmi impotente; ora serve una presa di responsabilità collettiva volta ad agire in maniera forte, perché il caso dei Pfas è emblematico di come non ci sia più un senso del limite e si mettano i soldi davanti al bene primario che è il pianeta, in quanto fonte della nostra vita».

Un’Epifania contro i Pfas e la violazione del suolo Il mattino di Padova 7 gennaio 2018


Un’Epifania contro i Pfas e la violazione del suolo

VICENZA. Quasi 250 persone hanno partecipato ieri all’Epifania della Terra tenutasi nel pomeriggio a Vicenza, nel cantiere della Spv in località Tezzon a Castelgomberto, nella Valle dell’Agno. L’inizi...
VICENZA. Quasi 250 persone hanno partecipato ieri all’Epifania della Terra tenutasi nel pomeriggio a Vicenza, nel cantiere della Spv in località Tezzon a Castelgomberto, nella Valle dell’Agno. L’iniziativa, giunta alla quinta edizione, è stata organizzata tra gli altri dai Beati Costruttori di Pace di don Albino Bizzotto e aveva come obiettivo una riflessione sulla necessità di tutelare il territorio anche a fronte del recente inquinamento da Pfas e delle nuove infrastrutture in costruzione come la Pedemontana veneta.

Spiccava, tra i presenti, il gruppo di “Mamme no Pfas” di Lonigo e Sarego, vicino all’altare; hanno concelebrato don Albino Bizzotto e don Matteo Santini, parroco di Ponte dei Nori e padre Antonio Santin. «Abbiamo scelto questo luogo, perché è una realtà devastata», hanno detto i sacerdoti, «Partiamo dall’acqua inquinata dai Pfas e dal territorio ferito e avvelenato non per esaurire il nostro impegno e la nostra attività sull’acqua e sulla strada Pedemontana veneta, quanto per prendere coscienza dell’urgenza del nostro impegno condiviso per il futuro dei nostri bambini».

All’iniziativa hanno partecipato svariati altri gruppi impegnati in prima fila nella tutela del territorio, tra cui Covepa, Codacons, Ecoistituto Veneto. «È il quinto appuntamento nel luogo dove la terra si è liquefatta travolgendo il torrente Poscola nel tunnel della Pedemontana Veneta», hanno spiegato i partecipanti illustrando gli obiettivi dell’appuntamento, «Abbiamo voluto unire uomini e donne di buona volontà di qualunque schieramento, contro la violenza perpetrata alla Terra con la Pedemontana Veneta, con il Tav, con il consumo di suolo, con lo spreco di risorse pubbliche, mettendoci insieme per riflettere e condividere anche i temi dell’inquinamento della terra veneta e della mortificazione dei corsi d’acqua con particolare attenzione a quello dell’inquinamento da Pfas nella falda e nell’acqua del Veneto occidentale». La scelta del luogo non è causale: essa, spiegano ancora gli organizzatori, vuole rappresentare questa unione ideali tra due tematiche assunte a simbolo: la superstrada pedemontana veneta e l’acqua inquinata dai Pfas. Vorremmo tenere uniti uomini e donne inquinate dai perfluorati con gli uomini e le donne a cui è stata sottratta la terra non per il bene comune, ma per la ricchezza di pochi».

Il luogo dell’incontro è stato scelto in quanto «simbolo di questo proposta. L’area delle risorgive del torrente Poscola lega il sito della Miteni responsabile principale della produzione dei perfluorati alchilici, che sono la fonte principale dell’inquinamento che colpisce l’acqua e le persone che l’hanno bevuta», hanno spiegato i partecipanti. Quindi, obiettivo dell’iniziativa è stato il confronto: «La Pedemontana Veneta e l’inquinamento causato dai Pfas rappresentano una visione globale del mondo che simboleggia la vicenda del nostro pianeta. È giusto perciò che uomini e donne coinvolte in queste vicende, ma anche in tutte le altre che nel Veneto sono pietra di scandalo, si possano incontrare per confrontarsi».

Plasmaferesi e Pfas, ISDE Veneto: "disegnare uno studio sperimentale concordato con l'Istituto Superiore di Sanità" Vicenza Più 4 gennaio 2018

Quotidiano | Categorie: Ambiente, Politica, Fatti

Plasmaferesi e Pfas, ISDE Veneto: "disegnare uno studio sperimentale concordato con l'Istituto Superiore di Sanità"

Di Note ufficiali Giovedi 4 Gennaio alle 21:16 | 0 commenti
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La sospensione dell'esecuzione della plasmaferesi e dello scambio plasmatico nei soggetti con elevate concentrazioni di PFAS, decisa dalla Regione Veneto in seguito alle dichiarazioni del Ministro della Salute e di autorevoli ricercatori dell' Istituto Superiore di Sanità, impone delle riflessioni sull'appropriatezza dei provvedimenti attuati dalle Istituzioni Regionali e Nazionali per fronteggiare l'inquinamento da PFAS che ha colpito principalmente un ampio territorio delle province di Vicenza, Padova e Verona.
Nello scorso mese di luglio la Regione Veneto aveva inviato all'Istituto Superiore di Sanità (ISS) il protocollo sulla plasmaferesi e lo scambio plasmatico applicati alla rimozione dei PFAS dal sangue dei soggetti contaminati. Il protocollo, a differenza di altri importanti provvedimenti atti a mitigare gli effetti del disastro ambientale, non è stato mai concordato con l'ISS. Nonostante ciò si è ritenuto di procedere ugualmente, senza attendere il parere dell'ISS che non risulta, tra l'altro, sia stato specificamente sollecitato nonostante il ritardo delle Istituzioni romane nel pronunciarsi. L'intenzione evidentemente, era di abbattere drasticamente le concentrazioni di PFAS nel sangue umano e, in definitiva, di ridurne la tossicità. Questa convinzione per noi Medici ISDE (International Society of Doctors for the Environment), non è sufficientemente suffragata da riscontri scientifici e presenta diverse criticità.
1) Non esistono livelli ematici di PFAS che possono ritenersi "sicuri" per la salute umana. Gli effetti tossici dei PFAS sono determinati dal loro accumulo nell'organismo umano negli anni e non tanto dalla loro puntuale concentrazione ematica. Altrettanto arbitrari sono i livelli di PFOA scelti per avviare i soggetti contaminati all'aferesi (100 ng/ml di sangue nei bambini e 150 ng/ml negli adulti) e di assegnare soggetti asintomatici con più di 200 ng/ml di PFOA allo scambio plasmatico, procedura questa molta più invasiva della plasmaferesi proposta a soggetti altrettanto sani e asintomatici ma con livelli plasmatici di PFAS più bassi.
2) Proporre il trattamento plasmaferetico iniziando dai soggetti giovani, sani ed asintomatici è criticabile sia sul piano scientifico sia su quello etico. A nostro parere, sarebbe stato più opportuno considerare in primo luogo i soggetti portatori di una o più patologie tumorali e di malattie metabolico-degenerative risultate statisticamente più frequenti nelle popolazioni contaminate dai PFAS.
3) È semanticamente e scientificamente errato utilizzare il termine di "aferesi terapeutica" in riferimento al "trattamento" proposto ai giovani della zona rossa; trattandosi in definitiva di individui sani, senza alcuna malattia in atto, asintomatici, non si comprende, infatti, quali siano le gravi patologie che devono essere curate in modo così invasivo e urgente.
4) L'infusione di albumina in soggetti privi di patologia per fini sostanzialmente diversi da quelli terapeutici, rappresenta un uso inappropriato di un farmaco importante, di origine umana, di limitata disponibilità e, pertanto, da usare con parsimonia e secondo le indicazioni approvate dalla farmacopea, che non comprendono l'utilizzo di albumina come sostituto del plasma da infondere ai soggetti contaminati da PFAS né da altri inquinanti industriali. L'improprio utilizzo dell'albumina impone anche una riflessione etica sul rispetto e sul significato del consenso fornito dal donatore, che compie il nobile gesto convinto che il proprio plasma sia destinato a pazienti gravemente malati e non a persone sane.
5) Non è stato definito con rigore scientifico l'intervallo tra le sedute aferetiche. Il "timing" tra le sedute è importante per consentire, qualora avvenga la dismissione (mai dimostrata finora) dei PFAS dagli organi e tessuti nei quali si sono accumulati nel corso degli anni, ai livelli ematici di risalire a livelli il più possibilmente vicini a quelli pretrattamento. In questo modo, nelle sedute successive si eliminerebbe una maggiore quantità di PFAS. Conseguentemente, si potrebbero ridurre il numero di sedute, i disagi per i soggetti contaminati e il consumo di risorse pubbliche. Le aferesi ravvicinate potrebbero ridurre la resa in termini di quantità di PFAS eliminati, come suggerito dai dati recentemente presentati dalla Regione Veneto sulle prime aferesi effettuate prima della sospensione.
6) Studi recenti indicano in 0,1 ng/ml le concentrazioni di PFOA probabilmente non associate ad effetti tossici a carico del sistema immunitario nell' essere umano. E' noto che i residenti nella "zona rossa" hanno una media di PFOA nel sangue circa 700 volte il livello di sicurezza e che tali livelli sono superati anche dalla maggioranza dei residenti fuori dalla zona rossa. E' quindi certa una contaminazione di "fondo" che richiede altri contestuali drastici provvedimenti a protezione della salute pubblica dei cittadini veneti anche al di fuori della zona rossa.
7) Non è dimostrato che l'aferesi apporti significativi benefici rispetto ad altri provvedimenti di sanità pubblica, come la fornitura alla popolazione esposta di acqua potabile e di alimenti privi di PFAS. Con tali opportuni provvedimenti, in un periodo di soli sei mesi le concentrazioni di PFAS si sono ridotte "spontaneamente" del 31% rispetto ai valori iniziali, mentre dopo quattro sedute di plasmaferesi in due mesi la riduzione si è fermata al 35% del valore basale. Quindi, se da un lato auspichiamo che si continui nell'opera di mitigazione del rischio attuando immediatamente anche tutti gli altri provvedimenti atti a tutelare la salute pubblica, quali la sospensione delle autorizzazioni a spargere fanghi contenenti PFAS sui terreni agricoli e la ricerca di fonti di approvvigionamento alternative, dall'altro invitiamo a riflettere sulla reale utilità di procedere a tecniche di "pulizia del sangue" in soggetti giovani, sani con meccanismi di eliminazione fisiologici dei PFAS attraverso le urine perfettamente funzionanti.
Pertanto come ISDE riteniamo che sia necessario disegnare uno studio sperimentale concordato con l'Istituto Superiore di Sanità e le principali società scientifiche di medicina trasfusionale e di aferesi. Nel protocollo siano definite a priori modalità, procedure, gestione, monitoraggio dei risultati della plasmaferesi e dello scambio plasmatico quale strumento di riduzione delle concentrazioni plasmatiche dei PFAS nonché i livelli plasmatici che si intendono raggiungere al termine del ciclo di sedute. È indispensabile che lo studio sia approvato dai Comitati Etici Provinciali per la sperimentazione clinica delle aree interessate dall' inquinamento da PFAS. Solo in questo modo si potranno fornire valide risposte ai tanti dubbi espressi dalla comunità scientifica, soddisfare le aspettative della popolazione il cui interesse principale è di vedersi tutelata la propria salute.
ISDE Veneto si rende disponibile, come sempre, a collaborare con le istituzioni nella gestione del disastro ambientale causato dai PFAS.
Vincenzo Cordiano (nella foto), presidente ISDE Veneto

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Pfas, sindaco S. Bonifacio: «servono nuovi esami» 3 gennaio 2018


Pfas, sindaco S. Bonifacio: «servono nuovi esami»

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Il sindaco di San Bonifacio (Verona) Giampaolo Provoli torna a chiedere che i controlli sui pfas fuori dalla zona rossa comprendano anche il suo paese. Come scrive Luca Fiorin su L’Arena a pagina 24, le analisi non ufficiali effettuate nella frazione di Lobia confermerebbero la necessità di un monitoraggio. «L’amministrazione comunale e i cittadini hanno fatto quanto dovevano, anzi di più, è ora che adesso sia chi ha la competenza su questa materia a fare la sua parte, estendendo i controlli anche al nostro Comune», ha detto Provoli.
Anche il comitato “Lobia per Lobia” è preoccupato, dopo che le analisi commissionate a un laboratorio privato hanno riscontrato livelli superiori alla norma in alcuni cittadini, tra cui un bambino di 7 anni che non è stato esposto per molto tempo. «Questi risultati costituiscono purtroppo la dimostrazione che servono controlli estesi – ha detto Giuseppina Stefanello, presidente del comitato. Il sindaco manderà le analisi alla Regione chiedendo nuovamente di estendere i controlli per rassicurare la popolazione della sua zona».

Superfiltri entro tre mesi in tutti gli acquedotti 3 gennaio 2018


Superfiltri entro tre mesi in tutti gli acquedotti

VENEZIA. Tutti gli acquedotti del Veneto saranno dotati entro tre mesi di nuovi superfiltri capaci di “catturare” sostanze inquinanti di diversa natura. Lo ha deciso la giunta regionale con la...








VENEZIA. Tutti gli acquedotti del Veneto saranno dotati entro tre mesi di nuovi superfiltri capaci di “catturare” sostanze inquinanti di diversa natura. Lo ha deciso la giunta regionale con la delibera presentata la scorsa settimana dall’assessore regionale all’Ambiente Gianpaolo Bottacin (in foto). «Si tratta di una misura che ha carattere preventivo, pensata non solo per i Pfas», ha sottolineato l’assessore, «I gestori avranno tre mesi di tempo per procedere». Tutto fermo, invece, sul fronte degli 80 milioni annunciati dal governo per destinarli al rifacimento della rete acquedottistica veneta. «Abbiamo mandato a Roma documenti e progetti, ma quegli 80 milioni da spendere non li abbiamo ancora ricevuti», rileva Bottacin, «A settembre, in occasione di un tavolo tecnico con il governo, abbiamo anche dato la nostra disponibilità a cofinanziare l’intervento. Non solo, abbiamo pure chiesto una gestione commissariale qualora arrivino i fondi». Al momento, però, nessuna risposta. «Dal 2013, da quando il Cnr ci ha inviato la relazione con i dati sull’inquinamento Pfas, il governo non ha fatto nulla», rincara la dose Bottacin. Tanto che i nuovi restrittivi limiti su Pfoa e Pfas, ricorda il referente dell’Ambiente, sono stati adottati su iniziativa della Regione senza che il governo, pur interpellato, si sia espresso. Roma è intervenuta sulle cure, mandando i Nas a Palazzo Balbi ad acquisire tutti i documenti sulla plasmaferesi, ritenuta trattamento sperimentale.

Trattamento di cui la Regione aveva informato Roma e ritenuto sicuro dai trasfusionisti veneti. (s.t.)

Pfas, l'obiettivo del presidente Zaia: "Aprire i rubinetti e avere acqua pulita"2 gennaio 2018

Pfas, l'obiettivo del presidente Zaia: "Aprire i rubinetti e avere acqua pulita"
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Pfas, l'obiettivo del presidente Zaia: "Aprire i rubinetti e avere acqua pulita"

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